Martedì 30 maggio incontro pubblico con Gherardo Colombo organizzato dall’Associazione Ex Allievi del Liceo Jacopone da Todi
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Dal “tintinnar di manette” al “perdono responsabile” – Eredità ed attualità dell’esperienza di “Mani Pulite” dopo venticinque anni.  Questo il titolo dell’incontro che si terrà martedì 30 maggio alle ore 18,00 presso la Sala del Consiglio Comunale di Todi e voluto dall’Associazione degli ex Allievi del Liceo Jacopone da Todi in collaborazione con il Comune di Todi e con l’Associazione “Sulleregole” fondata dall’ex magistrato Gherardo Colombo.

Quand’è che una legge può dirsi davvero «giusta»? Basta minacciare una pena per dissuadere il ladro o il truffatore dal commettere un reato? Il carcere è l’unica soluzione? È dunque più efficace educare o punire? Quanto è diffusa la corruzione in Italia, e come mai, nonostante la stagione di Mani Pulite e le tante inchieste che hanno svelato l’intreccio perverso tra politica e affari, non accenna a diminuire? La macchina burocratica e amministrativa è essa stessa un ostacolo alla giustizia?
Interrogativi, questi, a cui Gherardo Colombo darà la sua risposta. Moderatore dell’evento sarà il giornalista Luigi Foglietti.

Gherardo Colombo non ha bisogno di molte presentazioni. In magistratura per oltre trentatré anni, dove ha ricoperto il ruolo prima il giudice istruttore, poi di pubblico ministero infine di Consigliere presso la Corte di Cassazione. Era magistrato anche nel periodo in cui terroristi delle Brigate Rosse colpivano e uccidevano molte persone, tra le quali anche suoi colleghi. Poi ha seguito le indagini sulla P2, sull’omicidio Ambrosoli e sui fondi neri dell’IRI. Quindi l’esperienza presso la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulle stragi del terrorismo. E’ stato membro del CdA della Rai ed attualmente è presidente della Garzanti. E’ diventato noto ai più avendo fatto parte del pool di magistrati che ha seguito l’indagine passata alla storia come “Mani Pulite” o “Tangentopoli”.

Erano gli anni in cui, un Presidente della Repubblica, criticando l’uso, a suo avviso, eccessivo dell’istituto della carcerazione preventiva, arrivò a dire nel messaggio di fine anno «Il tintinnar le manette in faccia a uno che viene interrogato da qualche collaboratore, è un sistema abietto, è di offesa. Anche l’imputato di imputazioni peggiori ha diritto al rispetto. La carcerazione preventiva, specie, quando a volte, non so se il Magistrato o qualche collaboratore, consentitemi, un po’ rozzo, ha detto: “O parli o rimani dentro”, no, questo non ha spazio nella civiltà giuridica di nessun paese. Ha spazio, purtroppo, sotto la voce tortura. »

Sono trascorsi esattamente venticinque anni fa da allora e ancora si discute se, grazie a quell’indagine, qualcosa sia effettivamente cambiato in Italia. Di quei magistrati, il più noto è passato alla politica, un altro è salito sul gradino più alto della corporazione dei magistrati. Colombo ha deciso da tempo di andarsene dalla magistratura, giudicando, di fatto, abbastanza inutile quello che stava facendo. Trova più utile incontrare decine di migliaia di ragazzi ogni anno nella consapevolezza che la giustizia non può funzionare se i cittadini, a partire dai più giovani, non hanno un buon rapporto con le regole.

“Senza rispetto delle regole non potremmo vivere in società. Ma senza una discussione pubblica sulle ragioni delle regole, la vita in società non saprebbe proiettarsi verso il futuro, né riuscirebbe a immaginare forme migliori di convivenza. E’ per questo che la discussione sulle regole coinvolge anche i modelli di società a cui le regole si ispirano. Modelli verticali, basati sulla gerarchia e la competizione. E modelli orizzontali, più rispettosi della persona e orientati al riconoscimento dell’altro. Una strada, quest’ultima, tracciata proprio sessant’anni fa dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalla Costituzione italiana.”

Questo il pensiero di Colombo che, spostando l’analisi sul terreno della sanzione conseguente alla violazione delle suddette regole ha indagato nuovi concetti e nuove pratiche di giustizia, dalla cosiddetta giustizia riparativa al cosiddetto perdono responsabile, così come emergono negli ordinamenti internazionali e nel nostro.
“Quando ho iniziato la carriera di magistrato ero convintissimo che la prigione servisse, ma presto ho cominciato a nutrire dubbi. Continuavo a pensare che il carcere fosse utile; ma piano piano ho conosciuto meglio la sua realtà e i suoi difetti. La gran parte dei condannati a pene carcerarie torna a delinquere; la maggior parte di essi non viene riabilitata, come prescrive la Costituzione, ma semplicemente repressa. Se il carcere, dunque, non è una soluzione efficace, ci si arriva a chiedere: somministrando condanne, sto davvero esercitando giustizia? È possibile pensare a forme diverse di sanzione, che coinvolgano vittime e condannati in un processo di concreta responsabilizzazione?”

Una tesi forte, discutibile forse, ma che viene da una lunga riflessione e una lunga maturazione da parte di chi ha amministrato giustizia per una vita. E, dunque, una tesi da ascoltare e approfondire rinunciando alla tentazione di liquidarla frettolosamente.

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