Gli imprenditori della regione vittima soprattutto di abusivismo, taccheggi e furti: per il campione di Confcommercio burocrazia e carico fiscale sono problemi più gravi della criminalità
telecamere di sicurezza

Anche quest’anno Confcommercio-Imprese per l’Italia, in occasione della sua giornata nazionale Legalità mi piace, che si svolge oggi 21 novembre, ha realizzato con il supporto di GfK Italia, un’indagine sulla criminalità che colpisce le imprese del commercio, del turismo, dei servizi e dei trasporti, condotta nel periodo 24 settembre-31 ottobre.

In Umbria, secondo quanto emerge dal campione di imprenditori che hanno partecipato al sondaggio, la percezione che i livelli di sicurezza siano peggiorati rispetto allo scorso anno è inferiore alla media nazionale: 18% contro 26%. Il 76% del campione umbro considera la situazione invariata rispetto al 2017 e il 6% migliorata.

Abusivismo (in aumento per il +39% degli imprenditori umbri), furti (+38%) e contraffazione (+31), rapine (+26%) sono i fenomeni maggiormente percepiti in aumento in Umbria rispetto allo scorso anno, come in media in Italia. Ma uno su tutti mette gli imprenditori umbri in cima alla graduatoria nazionale: i taccheggi, che ha dichiarato di aver subito il 50% degli intervistati, contro la media nazionale del 39%; cresce soprattutto la quota di chi li ha subiti più volte (il 31% in Umbria contro il 23% della media italiana). Il confronto con l’indagine 2017 rivela una escalation del fenomeno, di cui l’anno scorso era stato vittima il 39% del campione, e di questi il 23% ripetutamente.

In Umbria, negli ultimi 12 mesi, l’esperienza di criminalità diretta – ovvero aver ricevuto minacce o intimidazioni per finalità di estorsione – risulta più bassa della media nazionale (12% del campione contro il 23% italiano), così come l’esperienza indiretta (11% contro il 21%), ovvero avere notizia di qualche collega che abbia subito questi fenomeni. Fenomeni comunque presenti in modo non trascurabile, e dunque per Confcommercio Umbria da tenere strettamente sotto controllo.

Il senso di maggior sicurezza manifestato dagli imprenditori umbri deriva forse dal fatto che più degli altri (82% in totale) investono in prevenzione e mezzi di dissuasione: tutti i dati sono superiori infatti alle media nazionale.
Tra le misure di tutela in Umbria al primo posto ci sono telecamere/allarmi: il 54% del campione le ha adottate, (media italiana 53%). Seguono assicurazioni (45% in Umbria, 40% in Italia), denunce (36% contro 32%), vigilanza privata (31% contro 27%), richiesta informale di protezione polizia (12% contro 10%).

Gli imprenditori umbri ritengono che le iniziative più efficaci per garantire la sicurezza siano la certezza della pena (79%) ed una maggior protezione da parte delle forze dell’ordine (62%), con le quali si ritiene necessaria una maggiore collaborazione (15%). Un 18% auspica anche il poliziotto di Quartiere/Polizia locale.
Tutte queste azioni sono citate più di quanto lo siano in media nazionale.
L’esigenza pressante di strumenti di prevenzione-protezione va di pari passo con la sfiducia sull’efficacia delle leggi che contrastano i fenomeni criminali: totalmente inefficaci per il 41% del campione (dato nazionale 37%), poco efficaci il 47%.
Più che a livello nazionale, in Umbria la grande maggioranza dei rispondenti è fortemente favorevole all’inasprimento delle pene per i reati contro le imprese: 67% molto favorevole (64% il dato nazionale), 28% abbastanza favorevole.

Anche in Umbria la grande maggioranza degli imprenditori ritiene che non si scontino realmente le pene per i crimini commessi, sopra media la quota dei giudizi più netti (“certamente no” in Umbria al 37%, in Italia 32%).

Infine i problemi percepiti come più gravi per il Paese: molto più che a livello nazionale per gli imprenditori umbri sono l’eccessivo prelievo fiscale (79% Umbria, 66% dato italiano) e la burocrazia (76% in Umbria, 57 in Italia). La criminalità (con il 37%) è al quarto posto, preceduta anche dalla mancanza di lavoro 39%). Seguono l’evasione fiscale (33%), l’immigrazione(23%) e la povertà (13%).

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