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Severgnini e Emmott, una chiacchierata sul futuro degli italiani

Le due firme dell'informazione, uno italiano e l'altro inglese, si sono confrontati al Festival del Giornalismo di Perugia
di: Lorenzo Maria Grighi 17/04/2011 - h 17,15

Entrambi hanno scritto un libro che parla degli italiani. Entrambi hanno collaborato all’Economist, uno come direttore e l’altro come redattore. Uno è inglese, l’altro è italiano. Stiamo parlando di Bill Emmott e Beppe Severgnini, che si sono ritrovati per una chiacchierata tra vecchi amici di fronte al pubblico del teatro Pavone per la quinta edizione del festival del Giornalismo.
I due si sono alternati in  un gioco di ipotesi, cercando di intuire, da veri esperti dell’Italia e delle sue mille sfaccettature, cosa succederà nel prossimo futuro.
Ipotesi: 2013, finisce il governo Berlusconi. What’s next? La sua sarà una fine tranquilla, se ne andrà in silenzio, oppure lascerà facendo molto, ma molto rumore? Siamo sicuri che non rimarrà al suo posto? Ma prima occorre fare un passo indietro, per capire come mai il Cavaliere sia al suo posto da quasi vent’anni, e quali effetti abbia prodotto.
Emmott, autore di Forza, Italia spiega in maniera molto chiara perché il fatto che Berlusconi sia rimasto al potere per tanti anni sia risultato dannoso al paese: «Quando un leader, sia esso il direttore di un’azienda o di un giornale o il capo del governo, rimane allo stesso posto per troppo tempo, perde capacità di guida, e quelli sotto di lui smettono di seguirlo».  
Secondo Severgnini, il fatto è che «Berlusconi ha capito come arrivare alla pancia delle persone. Però i grandi leader hanno il coraggio dell’impopolarità, basti pensare alla Thatcher in Gran Bretagna, mentre lui ha un bisogno quasi fisico della popolarità, del consenso, vive per quello». La sua capacità, continua l’autore di un libro intitolato proprio La pancia degli italiani, è quella di «studiare gli avversari e capirne le debolezze. In questo lo definirei un rabdomante di debolezze umane».
Ma allora, cosa succederà dopo?
Il giudizio di Emmott sul futuro del nostro paese è tutto sommato positivo: «Molto potrà cambiare, credo e mi auguro che molte energie che ora vengono frenate avranno la possibilità di essere liberate. L’Italia ha bisogno di aprire la finestra e far passare un po’ d’aria pulita».
«A mio avviso- replica Severgnini- la prima questione da risolvere appena se ne va Berlusconi è quella dell’informazione pubblica e privata, in modo da evitare il rischio che in futuro una sola persona concentri in sé tutto il mondo dell’informazione. Bisogna fare in modo di cambiare il sistema che avvelena la macchina del consenso». Accanto al sistema informativo, per l’editorialista del Corriere della Sera si deve intervenire sulla legge elettorale, perché con quella attuale l’unico modo di governare un partito è quello di possederlo, come fa il premier appunto. Io vedo bene un sistema a doppio turno come quello francese, che poi altro non è che quello usato per i nostri comuni oggi. Si può fare tanto per il paese, l’importante è imparare dai nostri errori».
Ipotizzato cosa dovrebbe succedere nel dopo Silvio, la domanda che si pongono i due è: potrebbe esserci un Berlusconi all’estero? La sua storia è ripetibile anche altrove?
Per l’ex direttore dell’Economist Emmott «potrebbe anche accadere, ma non durerebbe così a lungo. La combinazione di populismo, possesso dei media, influenza del business si potrebbe anche replicare, ma non arriverebbe mai a quasi vent’anni. Guardiamo Sarkozy, ad esempio: le sue caratteristiche non sono poi tanto dissimili da quelle del premier, ma la sua popolarità è in picchiata e probabilmente non verrà rieletto».
Siamo al Festival del giornalismo, e la conclusione offerta da Severgnini si appoggia sul mondo dell’informazione: «Dobbiamo mettere in chiaro cosa significa fare giornalismo. Ormai è passata l’idea per cui il giornalismo è estensione della lotta politica. Questo giornalismo naturalmente vende molto, perché alla gente piace comprare il giornale e leggere quello che vuol sentirsi dire. Invece bisogna ripartire dall’idea che il giornalismo è un potere terzo, funziona quando una democrazia è sana. Molti giornalisti oggi si comportano come camerieri. Dobbiamo avere il coraggio e l’orgoglio di tornare a fare il nostro mestiere».
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