Sergio Rizzo e Giuseppe Monsagrati hanno cercato di dare una risposta al Festival del Giornalismo di Perugia
Abbiamo ancora negli occhi le immagini delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Festeggiamenti
nati sotto la cattiva stella delle polemiche e della faziosità, rivelatisi invece poi un grande successo, con un’inimmaginabile trasporto da parte di tutti gli italiani.
A raccontarci come sono andate le cose, al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, sono
Sergio Rizzo, giornalista del Corriere della Sera ed autore del best-seller La Casta assieme a Gian Antonio Stella, e Giuseppe Monsagrati, docente di storia del Risorgimento all’università La Sapienza. Ad accompagnarli nella loro discussione Luca Sappini e Matteo Marchetti, giornalisti di Ribalta, Radio Popolare Roma.
«Io ho notato un certo contrasto tra la classe politica, infastidita da queste celebrazioni, e l’entusiasmo della gente» attacca Rizzo.
«Ho visto una quantità di bandiere incredibile, e non sto parlando di Roma e Milano, ma dei piccoli paesi». In prima fila nell’attaccare questo anniversario era, come noto, la Lega. La quale però, ad avviso di Rizzo «ha conosciuto uno dei suoi giorni più neri, si è dimostrata far parte di una minoranza molto piccola del paese. Il nostro paese- continua-
è l’unico che non celebra il giorno in cui è nato. Festeggiamo il 25 aprile ed il 2 giugno che, paradossalmente, sono due momenti della nostra storia in cui il paese si spaccò in due».
«La memoria storica supera anche le contingenze della politica» gli fa eco Monsagrati, secondo il quale la vera contestazione viene dal sud neoborbonico che dipinge gli eroi risorgimentali come dei malfattori.
«In ogni caso sono rimasto piacevolmente sorpreso, mi aspettavo apatia, invece gli italiani hanno risposto con entusiasmo. Il merito lo attribuirei anche all’incredibile lavoro che ha fatto Napolitano per promuovere questa festa».
Qualche tempo fa il ministro Calderoli affermò che l’azione di Garibaldi e dei Savoia ha fatto il male della Padania e del Mezzogiorno, che stavano benissimo come stavano. «Ma non è assolutamente vero- risponde Rizzo-
Il centro-nord di era già inserito in un mercato aperto, libero, mentre al sud ancora regnava la chiusura. Per non parlare di infrastrutture, analfabetismo, mortalità infantile. Tutti dati che creavano un divario importante tra nord e sud».
«Molte di queste affermazioni, secondo cui al sud si stava comunque bene, si basano sulla malafede- riprende Monsagrati- Al momento dell’Unità il paese era proprio povero, mancavano strade, scuole, infrastrutture, tutto».
A
d ogni modo, dice Rizzo, il continente europeo stava già imboccando la strada della modernità, e l’Unità era l’unico modo per seguirlo.
Ma allora, come sta l’Italia 150 anni dopo?
«Oggi si è spenta la vitalità del paese- afferma Monsagrati- Si sta scivolando lentamente verso l’apatia.
Così si sta spegnendo anche quella creatività che ha permesso all’Italia di diventare ciò che è».
La conclusione è affidata a Sergio Rizzo: «Girando per l’Italia mi sono reso conto della diversità che ci caratterizza. Ma
è proprio questa diversità a tenerci insieme, c’è un invisibile filo rosso che ci unisce tutti. In Italia non abbiamo niente: né gas, né petrolio, né diamanti. Abbiamo però le nostre bellezze, la nostra storia, la nostra cultura. Il problema è che adesso la luce a spenti, e procediamo a tentoni».