L’ultimo giorno del Festival Internazionale del giornalismo ha visto
in prima linea il tema della mafia. In mattinata, alla Sala Raffaello dell’Hotel Brufani, c’è stata la premiazione del concorso giornalistico ideato dall’Associazione Ilaria Alpi
“Una storia da raccontare: Peppino Impastato”. Politico, attivista e conduttore radiofonico, venne assassinato dalla mafia nel 1978 con una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani.
Il premio è andato a Federico Alagna –Peppino Impastato: la storia di una scelta- per la sezione “carta stampata”, mentre per la sezione “video” il premio è stato assegnato a Enrico Tata e Ruggero Spataro che hanno presentato il documentario dal titolo “Peppino Impastato”.
In serata invece, in una Sala dei Notari gremita, c’è stata la presentazione del libro
“Don Vito. Le relazioni segrete tra Stato e mafia nel racconto di un testimone d’eccezione”. Francesco La Licata, La Stampa, ha scritto questo libro insieme ad un personaggio piuttosto scomodo: Massimo Ciancimino –testimone di giustizia- figlio di Vito noto boss mafioso scomparso ormai nel 2002.
«La sua è una gran bella storia che andava raccontata –dichiara La Licata- ma era opportuno che prima riferisse ai magistrati tutto quello che avremo scritto nel libro». Libro che racconta quarant’anni di relazioni segrete, occulte e inconfessabili, tra politica e criminalità mafiosa, tra Stato e Cosa nostra.
«Racconta inoltre la storia di un uomo, Vito, che è stato uno dei pochi a ricoprire tutte le cariche più importanti a livello istituzionale e non: capo mafia, sindaco di Palermo e politico di spicco della Democrazia Cristiana» spiega Massimo. Intanto anche lui non se la passa di certo in maniera tranquilla: la settimana prossima avrà il suo 129esimo interrogatorio dalla Procura di Palermo, è stato arrestato per riciclaggio dei soldi di suo padre e condannato a 3 anni e 4 mesi.
E ancora è indagato per concorso esterno, calunnia, corruzione e indagato di tenere rapporti con la ‘ndrangheta.
Nel finale alcune battute sul rapporto con il padre, figura impossibile da contrastare e per questo mai amato.
«Ho aperto una tabaccheria e me l’ha fatta chiudere, ho aperto una discoteca e mi ha mandato il pizzo e poi la Guardia di Finanza. L’ho sempre contrastato sin da piccolo –racconta- militavo nel Partito Radicale quando lui era in D.C., mi feci cacciare dalla scuola dei gesuiti perché volevo frequentare la scuola pubblica» spiega.
E’ opportuno ricordare chi sono i veri eroi e le vere vittime della mafia: Falcone, Borsellino, Impastato e tanti altri ancora. Il problema è che è ancora un sistema di potere a 360° «Come faccio a chiamare aiuto se a casa mia dopo Provenzano entrava tutto il mondo delle istituzioni?
Da carabinieri a ministri passando addirittura per i Cardinali…» conclude Ciancimino. Con questa amara riflessione si chiude il sipario.