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Intervento-denuncia sullo sfruttamento delle falde idriche
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Dodici anni fa ho acquistato un casale in una parte dell’Umbria e la cosa che mi colpì profondamente fù il paesaggio: gli ampi spazi, senza delimitazioni di sorta. Proprietà limitrofe non avevano alcun segno di divisione se non quello che la natura offriva o che l’uomo delineava col suo lavoro di aratura tra un campo e l’altro. Esistevano solo dei punti fissi dei confini, indicati da paletti o da pietre. Abituata alla città mi sembrò di respirare e mi si aprì il cuore. Pervasa dalla sensazione che tutto in Umbria fosse aperto, pulito. Per carattere e convinzione propensa a credere nella bontà dell’uomo, venni catturata dalla gente, specialmente dagli anziani, che usavano pattuire gli affari sulla parola (qualcuno lo fa anche oggi). Il saluto era d’obbligo anche con gli sconosciuti!

Ma aimè! Venne il giorno delle recinzioni. Cominciarono a sparire passi e strade di campagna. Io stessa ho dovuto far causa contro la chiusura di una strada da me ritenuta indispensabile. A mie spese mi accorsi di aver peccato d’ingenuità nel credere al paradiso in terra! Ma un altro e ben più grave accidente stava accadendo! Ho impiegato più tempo ad accorgermene, perchè per me la campagna era un nuovo habitat, al quale non ero abituata.

L’acqua, fonte di vita, è diventata un “business”. Ho visto proliferare pozzi intorno a me. Le loro pompe elettriche fanno in fretta a prosciugare le falde acquifere. Da casa mia se ne vedono quattro da un lato e altrettante, se non di più, dall’altro. Eppure esistono dei regolamenti, per esempio quelli che impongono una certa distanza tra un pozzo e un’altro. Ci sono vincoli sulla profondità dei pozzi stessi. Li rispettano tutti? Addirittura qualcuno prima fà il pozzo e, poi, se trova l’acqua, chiede i permessi. “Così funziona qui!” mi ha risposta una persona di queste parti.

Una grave minaccia incombe: ben presto assisteremo al fenomeno della desertificazione anche nella verde Umbria. E’ impensabile che qualcuno possa lucrare sull’acqua, per esempio vendendo l’acqua dei propri pozzi al vicino. L’acqua deve essere un bene di libero accesso proprio perchè indispensabile alla vita. Chi pensa esclusivamente ai propri interessi, senza tenere in alcun conto il danno al territorio, non capisce (forse perchè la sete di denaro lo acceca…) che insieme agli altri danneggia anche il suo futuro prossimo.

In un paese come l’India il fenomeno della desertificazione è ben noto ed ha mietuto vittime a migliaia. Un esempio di concordia ed intelligenza ce lo dà, però, una regione dell’India, il Rajastan, dove la popolazione si è unita in una reciproca assistenza realizzando delle cisterne di raccolta della acque piovane, comunicanti tra loro, e sistemi di filtraggio.

Si dovrebbero censire tutte le sorgenti del territorio; imporre lo sfruttamento delle stesse, distribuendo in modo equo l’utilizzo dell’acqua nel territorio circostante le sorgenti stesse e laddove queste fossero di grande portata, allargare il raggio d’azione sul territorio; rinforzare i vincoli sulla costruzione dei pozzi; facilitare, rendendo gratuiti, i permessi per cisterne di raccolta delle acque piovane, soprattutto ad uso collettivo; istituire un serio controllo del territorio per verificare la regolarità dei pozzi costruiti e cercare di porre rimedio a tutto ciò che impoverisce d’acqua il nostro territorio.

“Le guerre dell’acqua” è il titolo di un libro di Vandana Shiva, fisica quantistica ed economista e dirigente del Centro per la Scienza, Tecnologia e Politica della Risorse Naturali di Dehra Dun in India, nel quale ho ravvisato quello che sta succedendo da noi, in casa nostra!

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