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Analisi di un politico di razza che indica al centrosinistra di Todi la strada per costruire la nuova classe dirigente e preparare la riscossa, puntando sul Partito Democratico come antidoto all'antipolitica e agli antagonisti

Ad un mese dal voto che ha sovvertito l’amministrazione di Todi e scosso antiche sicurezze in tutta la regione, arriva una approfondita valutazione del momento politico da parte di Carlo Vannini, che propone una “analisi alta” di quanto è accaduto nella città che lo ha visto in passato impegnato politicamente in prima persona nonchè una lettura profonda del quadro complessivo. Il suo intervento, pur da osservatore esterno “di razza”, sufficientemente distaccato ma non del tutto disinteressato, arricchisce il dibattito in corso da settimane, ormai stantio, di nuovi spunti a partire da quello per la creazione di un governo ombra da cui partire per formare la nuova classe dirigente.

“In una fase di oggettiva instabilità politico-istituzionale – scrive Vannini – alcuni bisogni elementari emergono prioritari dalla società civile. I giovani disoccupati e quelli esposti a lavori malpagati scontano un sistema che coniuga nepotismo a fobia del merito e spreca risorse per un apparato amministrativo pubblico elefantiaco senza l’obbligo della efficacia. Senza le mitiche “sezioni” lievita il bisogno dei cittadini di potersi esprimere in tempo reale dai massimi sistemi fino alla quotidianità (così forte da svilupparsi comunque su Internet, nelle associazioni e nei movimenti). Inoltre un bisogno di sviluppo economico moderno e astatalista; ed ancora di sicurezza, non più classificabile di destra o di sinistra, ma soltanto di prevenzione e di contenzione dei crimini nella certezza della pena. Un bisogno di tutela della famiglia e della persona. L’esigenza di governabilità, come presupposto della stabilità. Di converso e su sponde opposte l’emergere dei nuovi “ricchi”, quelli che non pagano le tasse, gli impiegati pubblici di cui si è detto, i pensionati con tre lavori, il mondo dei sindacalisti spesati di tutto fino alla morte, i gaudenti del sistema assistenziale, i corroborati da assegni di accompagnamento multipli, gli extracomunitari per i quali l’Italia è il paese di Bengodi…
Diciamo subito che di questo ballo sul Titanic del debito pubblico siamo tutti, meno i giovani, un po’ responsabili. Schematizzando ci sono due modi, a sinistra ma non solo, di affrontare questi problemi in un’ottica comunque di progresso, ambedue dignitosamente Politici perché utilizzanti il metodo del confronto e dello scontro programmatici: il primo, riformista, impregnato al 90% di pragmatismo e al 10% di ideologia, volto all’innovazione ed attento alla disponibilità delle risorse: di esso fanno parte diligente i DS e la Margherita (vedi il nodo pensioni e le note di D’Alema e Rutelli). Del secondo, con le percentuali al contrario, per semplicità definito conservatore, in realtà statalista convinto, fanno parte Rifondazione comunista, il PDCI, il partito del NO e gli Antagonisti, tutti nel solco della socialdemocrazia vecchia maniera.
Esiste anche un terzo approccio, quello dell’Antipolitica, sostanziata dai piccoli partiti che, senza affinare alcuna proposta di programma, fanno del populismo, del clientelismo e del ricatto da posizione consentito loro dal sistema elettorale, l’unica ragione della loro scarna esistenza. Da ciò deriva che oggi chi condivide queste posizioni debba naturalmente dare forza e speranza alle posizioni programmatiche riformiste sostenendo all’esterno e dall’interno il nascente Partito Democratico, eletto dai cittadini, partito di programma per eccellenza, aperto, federalista, moderato e riformatore.
Se poi applichiamo quel modello di ragionamento per analizzare la sconfitta della sinistra di Todi, (dove le singole spiegazioni localistiche, messe tutte insieme, non arrivano a giustificare al 20-30% lo spostamento di ben 2.000 voti catalizzati da una massa di giovani che tra il primo e il secondo turno ha entusiasticamente condizionato famiglie parenti ed amici) si può trarre la conclusione che la classe dirigente della città abbia per arroganza o per pigrizia abdicato alla propria tradizione riformista dando la sensazione, evitando costantemente il confronto progettuale anche aspro e mediando all’infinito tra conservazione e spinte al cambiamento, di cavalcare l’Antipolitica, di fatto regalando la pagella di innovatrice alla destra. Per il bene delle istituzioni occorre riconoscersi reciprocamente l’onore delle armi, nella sinistra congelare temporaneamente la coalizione e le sue defatiganti riunioni, che i Partiti si riapproprino della loro identità, nel PD proporre assieme ai movimenti e alle associazioni una carta programmatica di 4-5 punti essenziali da offrire per una intesa bipartisan, costruire un governo ombra che formi la nuova classe dirigente e lavorare da subito per il grande appuntamento del 14 ottobre, la cui riuscita potrebbe segnare la vera svolta innovatrice e di cambiamento”.

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