La Cina è vista in genere con preoccupazione dalle organizzazioni del mondo agricolo per le sue esportazioni incontrollate ed a prezzi stracciati anche in Italia. Questa volta, però, la Coldiretti gioisce. Con il superamento delle ultime barriere burocratiche, la Cina si arrende al prosciutto “made in Italy” con la prospettiva di farne addirittura esaurire la produzione con il solo consumo di dieci fettine a testa, tenuto conto peraltro della nota preferenza cinese per la carne di maiale.
Soprattutto alla luce delle difficoltà di mercato registrate in Italia nel settore suinicolo, si tratta – per la Coldiretti – di una prospettiva incoraggiante del quale potranno subito avvantaggiarsene i primi 36 stabilimenti italiani (situati nell’area di produzione dei prodotti di Parma e San Daniele, in Emilia Romagna e in Friuli Venezia Giulia) che sono stati autorizzati a esportare in Cina i propri prodotti suini stagionati. Poi è presumibile che sulla strada dell’oriente si incammineranno anche i produttori di altri tipi di prosciutto, come quello di Norcia.
C’è però da capire se “ciò che è buono per Coldiretti” sia buono anche per i consumatori italiani. In campo petrolifero, quando i cinesi hanno incominciato ad aumentare i consumi il prezzo è andato alle stelle. Ma per il petrolio i cinesi non sono riusciti ad inventare un prodotto “taroccato”. Forse, per loro, l’impresa sarà un po’ meno difficile per il prosciutto.
Così come è stato facilissimo specializzarsi nella produzione delle conserve di pomodoro: in valore quasi un terzo delle importazioni (31%) dalla Cina con un incremento record del 150% nell’ultimo anno.
- Redazione
- 3 Agosto 2007








