La "Molitoria Umbra" spiega i motivi che hanno portato alla tensione di mercato ed invita ad impostare una vera politica di filiera

Sugli annunciati aumenti di pane e pasta, contro i quali si è opposta tra i primi Coldiretti, sostenendo che gli stessi non sarebbero legati al costo del grano, la società Molitoria Umbra di Bastia, in qualità di rappresentante del settore molitorio e come sostenitrice della necessità di una politica di filiera, risponde che le cose non stanno proprio così.
Alla base dei possibili aumenti vi sarebbero più fattori: l’esaurimento delle scorte di grano duro in Italia; le scorte cerealicole mondiali al livello più basso degli ultimi venti anni; l’aumento dei prezzi del 50% (da € 198 a € 280 la tonnellata); il raccolto europeo danneggiato dalle condizioni climatiche avverse dei mesi di maggio e giugno; l’impossibilità di trovare il grano duro e conseguente appello degli industriali all’Europa affinché si ripristino delle scorte; i cambiamenti nell’uso dei cereali nella produzione di bio-carburanti.
La situazione, secondo Molitoria Umbra, sarebbe peggiorata anche dalla disinformazione ed allarmismo creato “con conseguente tensione sul mercato che – spiega Domenico Cappelloni, amministratore delegato della società – si ripercuote immediatamente sui prezzi attivando, di fatto, un corto circuito che porta gli agricoltori a rimandare le vendite in attesa di quotazioni più vantaggiose, i molini ad offrire prezzi più elevati per le poche quantità di grano disponibili ed i pastifici a dover accettare aumenti di prezzi della semola in attesa che la distribuzione possa accettare un improbabile aumento del prezzo della pasta”.
Per molini e pastifici la contingenza è a livello mondiale e non avrebbe quindi senso cercare cause e responsabilità locali. La soluzione sarebbe invece quella – afferma Mariella Bianchi, presidente di Molitoria Umbria – “della costituzione di un tavolo comune dei componenti la filiera che dovrebbe individuare alcuni obiettivi da raggiungere nel breve termine come ad esempio una maggior quantità di prodotto nazionale evitando le impennate e ricadute dei volumi; una maggiore qualità soprattutto con grani proteici; uno stoccaggio differenziato; l’introduzione di forme organizzative tese ad integrare le varie fasi della filiera”.

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