L'associazione ambientalista denuncia tutti i rischi di una gestione dissennata della risorsa ed invita la Regione a garantire la proprietà pubblica dell'acqua

“La questione idrica in Umbria non è così rosea come la si dipinge: le acque superficiali sono in molti casi gravemente compromesse con fiumi e torrenti in secca. Estate torrida, supersfruttamento per usi industriali e idroelettrici, sistemi di irrigazione obsoleti che inquinano fiumi e falde con l’eccessivo uso della chimica, prelievi abusivi o autorizzati con troppa faciloneria, sono solo alcune cause di una situazione molto preoccupante“.
L’analisi è della Legambiente dell’Umbria che ritiene che la scelta della regione da parte dell’Unesco come sede del Segretariato del Programma Mondiale di Valutazione dell’Acqua dovrebbe far riflettere sulla gestione del ciclo idrico.
“A proposito di acqua potabile – scrive la presidente di Legambiente Umbria Pallucchi – le falde sono così a rischio esaurimento che “obbligano” la captazione dell’acqua a profondità sempre maggiori. Esempio lampante è l’acquedotto ternano per il quale si prevede di attingere a nuovi pozzi a Scheggino, a una profondità di circa 250 metri e in una area di grande interesse naturalistico a ridosso del Parco Fluviale del Nera non distante dal Parco Nazionale dei Sibillini”.
Legambiente si inserisce anche sulla gestione del servizio idrico. “Ultima soltanto per questioni temporali – si legge in una nota – la notizia della vendita del 6% del capitale sociale dell’ATO1 che porta al 40% la partecipazione del privato nella gestione delle acque, continuando a mettere davanti al benessere comune dei cittadini l’interesse economico di pochi privati. L’Umbria vende la sua acqua più preziosa alle multinazionali con concessioni assolutamente ridicole, gravi danni al paesaggio, alle risorse ambientali e ai propri cittadini, come è successo a Cerreto di Spoleto, dove si è autorizzato l’ampliamento dei capannoni dell’Acqua Misia in uno dei luoghi più caratteristici della Valnerina, in piena area esondabile. Senza tralasciare la concessione che permetterà alla Rocchetta di imbottigliare l’acqua del Rio Fergia a discapito delle circa 240 famiglie del luogo che verranno staccate dall’acquedotto alimentato proprio dalle falde del Rio Fergia”.
“Quello dell’Umbria non è un modello ottimale di gestione delle risorse idriche – conclude la presidente Pallucchi. Regione ed enti locali dovrebbero garantire la proprietà pubblica dell’acqua e la sua pubblica gestione. E’ necessario contrastare l’inefficienza rispettando il diritto dei cittadini a essere informati sulla gestione di un bene così prezioso”.

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