All'epoca l'euforia dà origine a denunce e indagini giudiziarie; da allora la Società Operaia di Mutuo Soccorso celebra la ricorrenza del 20 settembre
piazza-antica

Il 20 settembre 1870 rimarrà alla storia come il giorno in cui si compì l’ultimo atto dell’unificazione nazionale e della definitiva perdita del potere dei pontefici romani. Ma già prima della presa di Roma l’esercito italiano è entrato nell’ultimo baluardo dello Stato Pontificio, il Lazio, e gli echi di questo fatto arrivano anche a Todi.
Qui in tanti, socialisti, anarchici, anticlericali, massoni, un mondo trasversale che comprende artigiani ma anche rappresentanti della borghesia commerciale e industriale, aristocratici e perfino alcuni rappresentanti della borghesia agraria illuminata aspettano da tempo questo avvenimento…

Il 13 settembre 1870 a Todi arrivano le prime voci
, è il telegrafo ad annunciare che l’esercito italiano, inesorabile, avanza. Ed è subito festa, in piazza e nelle vie adiacenti. Una festa che non piace, almeno per il modo in cui si svolge, al sindaco Francisci, che la mattina dopo stende una denuncia precisa e puntuale: “Venne improvvisata una festa popolare occasionata dall’ingresso delle truppe italiane nel territorio romano, senza permesso per i divertimenti che si fecero, consistenti in pochissimi fuochi d’artificio, in un globo aereostatico (cioè un pallone di carta gonfiato con padellette contenenti stoppa accesa, ndr e nello sparo di una bombarda. Alcuni individui alle 19.30 si presentarono al campanaro del Duomo Luigi Ricci e, voluta prepotentemente la chiave del campanile, si accinsero per suonare, come fecero, le campane. Alcuni altri si portarono sul campanile del Municipio e altri ancora su quello di San Fortunato, suonando dappertutto contemporaneamente. Intanto una manica di individui giravano nella Piazza Grande, gridando a tutta gola ‘fuori i lumi’. Picchiarono con modi violenti alla porta di quegli abitanti che tardavano a obbedire ai loro schiamazzi, minacciandoli di rompere i cristalli delle finestre. Questo ebbe a tradursi nel fatto che nel palazzo di monsignor vescovo, presso il quale i dimostranti aggiunsero alle grida lo scagliare dei sassi alle finestre, in una di queste restano anche le tracce di quell’atto selvaggio, essendovi ancora rotti 4 cristalli”.
Il sindaco, solerte ma forse poco prudente, e tralasciando la conoscenza che in una piccola città il primo cittadino dovrebbe avere di tutti, elenca anche, senza prima averle consultate, le presunte vittime: Zenone Foglietti, il dottor Luigi Antonini, Vincenzo Perilli, Clodoveo Retti. Elenca anche i presunti aggressori del palazzo vescovile: Fernando Ricciarelli, Giuseppe Armini, in primo luogo, ma possono essere interrogati, dice, anche Erminio Pensa, Fiorello Manini, Tobia Giannotti, Cesare Matucci, Giberto Cardoni.
Continua la denuncia: “Altri eccessi si aggiunsero. Degli individui entrarono con violenza nel campanile del Duomo, sorprendendo il campanaro Luigi Ricci, che era lì a suonare l’Ave Maria: vollero la chiave della chiesa e suonarono, nonostante le di lui proteste, fino a un’ora avanzata”.
La macchina giudiziaria parte, in tribunale sfilano presunte vittime e presunti aggressori. Qualcuno ha riferito che Cesare Matucci, “industriante” originario di Colle Val d’Elsa, è stato sentito dire, nel buio, non si sa a chi: “Hai fatto bene di aver rotto le finestre del palazzo del vescovo”. Matucci, come è naturale, nega.
Giberto Cardoni, 26 anni, calzolaio, è stato sentito dire “Fuori i lumi”, come Fiorello Manini, 31, fabbro. Ma al dunque non si trova chi ha visto e udito i due. Erminio Pensa, calzolaio, ammette, senza sbilanciarsi troppo: “Abbiamo fatto una piccola festa per allegria”.
Tobia Giannetti, falegname, 19 anni: “Si improvvisò una festa alla notizia telegrafica; vari individui correvano qua e là dicendo ‘Fuori i lumi’, ma mai sentii minacce e non riconobbi nessuno”.
Il possidente Clodoveo Retti depone: “Non è vero che qualcuno venne a bussare alla mia casa in via San Fortunato dicendo ‘Fuori i lumi’. Ero con degli amici in piazza e nulla potrei dire”. E Luigi Antonini, 58 anni, possidente, con casa in Piazza Grande, genericamente afferma: “All’improvviso ci fu una festa, vidi due o tre individui che non riconobbbi ma che sembravano della classe degli artisti. Mi pregarono di mettere i lumi nella finestra del mezzanino”.
Zenone Foglietti, libraio e editore originario di Acquasparta: “Mi trovavo in casa in piazza Grande, quando sentii all’improvviso bussare alla porta. Mi trovai davanti una ventina di individui. Risposi di aver già dato ordine di accendere i lumi. Non subii minacce”.
Ma le testimonianze delle presunte vittime non sono, per le loro simpatie poco conservatrici, molto attendibili. Luigi Ricci, 61 anni, racconta: “Mentre suonavo l’Ave Maria in Duomo entrarono una decina di individui dalla porta principale che avevo lasciata aperta, i quali non riconobbi ad eccezione di Bernardo Pensa e di un tal Manini detto il Moro. Pensa mi chiese le chiavi della porta grande perchè volevano suonare le campane a festa per aver avuto la notizia che gli italiani erano entrati nello Stato Pontificio, ossia romano. Mi fermai fino a quando non ebbero finito di suonare per riprendere le chiavi e serrare la chiesa. Non soffrii alcuna minaccia e violenza e la chiave mi venne chiesta con tutta buona grazia. Non intendo fare querela”. Ricci, campanaro, è anche calzolaio, appartiene cioè alla classe degli “artisti”, la classe artigiana laica e anticlericale: questo, forse, non è estraneo alla sua testimonianza.
E il fatto si chiude, per il tribunale, senza nè vittime nè colpevoli.

A Todi, invece, la presa di Roma si festeggia ancora, da 137 anni ininterrottamente e legalmente, e il sindaco di turno siede al tavolo d’onore, assieme alle altre autorità cittadine: a organizzare il banchetto del 20 settembre, che quest’anno si è tenuto il 22, perchè è sabato, è la Società Operaia di Mutuo Soccorso, nata all’alba dell’Unità d’Italia, una delle più antiche del Paese.

condividi su: