Ad agosto, in base ai dati Istat, l’inflazione nella provincia di Perugia sarebbe stata più bassa di quella media nazionale. Infatti l’indice che raffronta i prezzi di agosto con quelli di luglio ha un valore superiore solo dello 0,1 mentre a livello nazionale è risultato dello 0,2.
Anche il raffronto dei dati di agosto 1007 con quelli di agosto 2006 è più favorevole per la provincia (+1,5) contro quello relativo alla media nazionale (1,6).
Il significato della variazione tuttavia non può consolare ed in effetti il livello generale dei prezzi è calcolato su un paniere molto ampio di prodotti, alcuni dei quali sono beni durevoli di cui, in mancanza di risorse si può fare a meno e che quindi, in qualche modo i consumatori possono calmierare col loro comportamento ed altri, come i generi alimentari di prima necessità, per il quali il prezzo lo fa il venditore ed al consumatore non resta che “stringere la cinghia”.
Ed in effetti sembra proprio che quello che sta ora accadendo sia una forte frenata dei consumi alimentari.
Nei primi sette mesi del 2007 sono calati i consumi dei prodotti agro-alimentari dell’1,8%.
A rilevarlo è l’Ismea sulla base delle rilevazioni effettuate nell’ambito dell’Osservatorio sui consumi domestici, realizzato in collaborazione con ACNielsen su un Panel di 9.000 famiglie italiane.
Si tratta di una contrazione dal lato dei volumi mentre si registra una stabilità della spesa, in ragione di un aumento dei prezzi medi al consumo.
Nel periodo considerato, le categorie che hanno registrato le riduzioni più marcate, in termini di quantitativi acquistati, sono le bevande alcoliche (-6,8%) e i derivati dei cereali (-3,3%), sui quali hanno pesato i minori acquisti delle famiglie italiane di pasta di semola (-4,8% rispetto al gennaio-luglio 2006) e di pane e prodotti similari (-5,6%).
Di rilievo anche le diminuzioni dei volumi nei comparti oli e grassi (-2,7%) e ortofrutticoli (-2,5%), con cali del 3,2% per la frutta fresca e dell’1,4% per gli ortaggi, a fronte di riduzioni dello 0,7% per i lattiero-caseari, dello 0,4% per i prodotti ittici e dello 0,1% per carne, salumi e uova.
Più in dettaglio, le rilevazioni Ismea-AcNielsen evidenziano contrazioni su base annua del 3% per il latte fresco, dello 0,7% per i formaggi, del 3,9% per le carni bovine e del 5,7% per quelle suine. Al contrario sono aumentati gli acquisti di carni avicole e uova, rispettivamente dell’8,1% e del 6,7% rispetto ai primi sette mesi del 2006 a dimostrazione che i consumatori si orientano sui prodotti a più basso prezzo.
E’ proprio sulla questione “pasta” che si stanno scaldando i rapporti fra produttori e consumatori.
”I produttori di pasta continuano a dare numeri sbagliati sull’aumento del costo del grano per giustificare una speculazione in atto sui prezzi”. Lo affermano in una nota congiunta Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori,.
“È vero – sostengono – che nel 2007 il grano duro è aumentato; peccato però che nel 2005 abbia raggiunto il suo minimo storico, ma i produttori di pasta si sono guardati bene dal diminuire il prezzo, incassando in tal modo lauti profitti. Insomma, hanno fatto come i petrolieri, anzi peggio, perchè mentre i petrolieri hanno solo una doppia velocità, ossia abbassano il prezzo della benzina solo dopo parecchi giorni dalla diminuzione del prezzo del barile, i produttori di pasta non hanno mai abbassato i prezzi, anzi dal 2001 ad oggi li hanno aumentati del 36%, pur essendo il prezzo del grano calato ininterrottamente dal 2001 (183 euro a tonnellata) al 2005 (140 euro)”.
I produttori di pasta inoltre, si legge ancora nella nota di Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori, “si inventano anche che l’aumento del prezzo della pasta inciderà solo (?!?) per 25 euro l’anno per un nucleo familiare di 4 persone. E anche in questo caso i dati sono sbagliati”.
Nel 2006, secondo i dati di un’indagine sui consumi condotta dall’Istat, la spesa media mensile per famiglia è stata pari, in valori correnti, a 2.461 euro. Il peso della pasta nel paniere Istat 2007 è di 5.443, ossia gli italiani spendono lo 0,5443% del loro reddito in pasta, pari a 13,39 euro al mese, pari a 160,74 euro all’anno. “Il che vuol dire – concludono le quattro associazioni – che se la pasta aumenta del 20% l’incidenza su una famiglia media italiana è di 32,15 euro all’anno”.
Ma forse anche le organizzazioni dei consumatori non tengono conto che in tempi di ristrettezze carne e pesce possono tornare ad essere un lusso e la pasta, col pane, rimane l’unico alimento in grado di “riempire la pancia” quindi il peso sul paniere è destinato ad aumentare.
- Redazione
- 23 Settembre 2007








