Nuove rilevazioni scientifiche hanno anticipato di almeno dieci anni le previsioni più catastrofiche

Tutti, in merito al problema del riscaldamento terrestre, fidavano sulla “buona stella”, in considerazione del fatto che i tempi del disastro apparivano relativamente lontani.
Parlare di cose che si prevede accadranno a fine secolo è un conto, tanto la “scienza ci metterà una pezza”. Parlare di cose, su cui la scienza ammette i propri errori di previsione e che potrebbero accadere a metà secolo o giù di lì coinvolge direttamente molte, moltissime persone. Il 2050 non è poi tanto lontano e ci arriveranno in vita molti nati nella seconda metà del XX secolo, nel 1900 per intenderci.
Il prof. Tim Flannery, nominato australiano dell’anno, uno dei maggiori esperti di cambiamento climatico, ha dovuto ammettere, in un intervista alla Tv australiana come riporta l’Ansa, che “i livelli di gas serra nell’atmosfera sono assai più alti di quanto sia stato finora ammesso pubblicamente, a causa della crescita economica accelerata e basata sui combustibili fossili”.
Ed è stata già superata la soglia di pericolo, che gli scienziati non prevedevano per un altro decennio.
Nuovi e più accurati dati scientifici indicano che l’ ammontare di CO2 e degli altri gas serra ha raggiunto circa 455 parti per milione a metà del 2005, ben oltre i precedenti calcoli. Il rapporto indica che affrontiamo gia un rischio inaccettabile di cambiamenti climatici pericolosi, e che la necessita di agire è più urgente che mai.
C’è stata un’accelerazione inaspettata nel tasso di accumulo di CO2, quasi a dimostrare che in tutte le cose c’è un effetto, di trascinamento e di moltiplicazione degli effetti, inarrestabile. Lo scenario è cambiato in soli sei anni.
Alcuni degli altri gas serra, come ossido nitroso, metano e Hfc, sono stati prodotti su una scala più grande di quanto si immaginasse. Secondo lo scienziato, il recente boom economico in Cina e in India ha contribuito ad accelerare i livelli di CO2 e di altri gas serra, ma la forte crescita nel mondo sviluppato ha anche aggravato la situazione.
Per chi volesse disinteressarsi del problema e magari pensare alle vacanze invernali non c’è da stare allegri. Uno studio condotto dall’Accademia Europea di Bolzano, fornito all’Ocse e illustrato ad ‘Alpi365’, la biennale della montagna al Lingotto di Torino, afferma che gli effetti del riscaldamento globale costringeranno gli operatori turistici a cambiare i programmi, con un’alternanza di periodi prettamente invernali, con piste coperte di neve e superaffollate, e altri caratterizzati da impianti chiusi e paesaggi brulli. Già adesso un inverno tutto sciabile lungo i suoi cento giorni è una previsione affidabile solo per 167 stazioni invernali.
Con l’aumento di un grado della temperatura globale, il numero dei centri aperti per 100 giorni scenderebbe a 131, con una crescita di due gradi ne resterebbero 88. Se, invece, si realizzerà lo scenario più pessimistico, l’incremento di quattro gradi, gli impianti aperti per 100 giorni resterebbe una previsione attendibile solo per 30 stazioni invernali alpine.
Con un aumento di 2 gradi della temperatura globale, resteranno solo poche calotte sul Monte Bianco e sul Monte Rosa. Sotto i 4.000 metri il ghiaccio scomparirà”. Una previsione che si fonda anche sui dati dell’ultima estate: ”I ghiacciai alpini hanno perso un metro e mezzo di spessore, un altro passo verso il loro ritiro”.
Se non si potrà andare a sciare, pensano molti, andremo al mare. Buona idea, certo, ma dove sarà il mare al momento nessuno lo sa ed anzi gli scienziati che stanno controllando lo scioglimento dei ghiacciai che ricoprono la Groenlandia (sette volte più grande dell’Italia) hanno ipotizzato che l’innalzamento della temperatura potrebbe, lubrificando le basi delle montagne di ghiaccio, determinare l’inizio di un loro movimento verso il mare.
Secondo gli scienziati, nel 2060 i ghiacciai della Groenlandia potrebbero fare un bel tuffo nell’oceano e, passata l’onda, il livello del mare nostrano potrebbe aumentare di ben 7 metri.

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