Vincenzo Marra, il
regista di questo film, è stato apprezzato da larga parte della critica
per la direzione di due o tre film veramente ben riusciti, dotandosi di
uno stile registico scarno, distaccato, a tratti aspro e che poco
concede al facile sentimentalismo da fiction televisiva. Una promessa
che viene disattesa proprio col film che lo avrebbe lanciato nel
circuito internazionale degli autori impegnati. Per L’ora di punta,
c’era infatti un palcoscenico d’eccezione come la Mostra del cinema di
Venezia, un’attrice di richiamo come Fanny Ardant ed un tema di grande
attualità come i perversi intrecci tra gli avidi mondi della politica e
dell’alta finanza.
La storia, girata col solito
stile freddo e minimale, narra la rapida ascesa sociale di un giovane e
ambizioso agente della Finanza che, sperimentata la durezza di una
carriera vissuta onestamente, sceglie la strada della corruzione e
delle mazzette, coperto dal suo comandante a cui passa regolarmente
parte delle tangenti. Durante un controllo conosce una ricca ed
elegante donna matura (Fanny Ardant) che non tarda ad innamorarsi di
lui. Egli invece v’intravede l’occasione buona per realizzare il suo
sogno di ricchezza e potere e si serve di lei per introdursi nel mondo
dell’alta finanza e della politica con le “mani in pasta”. Lascia così
il suo lavoro per improvvisarsi palazzinaro e, con l’aiuto dei suoi ex
colleghi in Finanza che gli forniscono informazioni riservate e di un
potente politico (una sorta di D’Alema invecchiato), riuscirà ad
affermarsi. Il prezzo del successo sarà la perdita d’ogni remora morale
che gli farà commettere crimini e infime bassezze.
Mentre il protagonista perde
la sua anima nel buio della corruzione, il film ne è privo dall’inizio
alla fine. Sebbene qualche buona scena non manchi, un po’ per la
ripetitività delle situazioni, un po’ per i dialoghi stentati e banali
(grave peccato per un film minimalista), L’ora di punta fatica a
decollare. Pare sempre manchi qualcosa; come l’autentica volontà di
esplorare fino in fondo i meandri oscuri della coscienza umana,
lasciando incompiuta l’indagine, appena abbozzata, dell’anima nera del
protagonista interpretato da Michele Lastella. Quest’ultimo poi non
riesce ad assumere una personalità definita: troppo serio e prudente
per un furbetto del quartierino, ordinario, provinciale e senza la
necessaria presenza scenica per un astuto e raffinato self made man. Il
film finisce così per non prendere mai la forma elevata di vero cinema
d’autore, restando invece nei mediocri territori delle fiction
nostrane. Un peccato, giacché i contenuti del film avevano invece
proprio il merito di mostrarci esplicitamente quello che, nelle fiction
all’italiana, non si vede mai.
Se ti piace questo genere di film, guarda anche…
A casa nostra di F. Comencini
Vento di Terra di V. Marra









