La legge Biagi avrebbe avuto lo scopo di favorire il calo del tasso di disoccupazione tra i giovani, dicono gli estimatori acritici, ovvero solamente di far emergere il lavoro nero dei giovani, come sostengono coloro che non se la sentono di buttare a mare la legge, ma neppure di incensarla.
Quale che sia stato il vantaggio, la legge ha portato un nuovo tipo di contratto che ha consentito alle imprese di pagare meno i neoassunti, come “compensazione per gli obblighi di training” dei giovani.
E queste condizioni peggiorative rispetto a quelle legali precedenti si sono diffuse a macchia d’olio.
E’ un po’ la antica regola dell’economia: “la moneta cattiva scaccia sempre quella buona”, che vuole essere sempre applicata a tutte le situazioni,
E’ questa la fotografia dei giovani alle prese con il mondo del lavoro scattata da un ‘working paper’ della Banca d’Italia, titolo “Il divario generazionale: un’analisi dei salari relativi dei lavoratori giovani e vecchi in Italia”.
Una ricerca i cui risultati sono unicamente responsabilità degli autori e non impegna la posizione ufficiale della Banca d’Italia. Ma il fatto che sia stata diffusa “non clandestinamente” sta a significare che il Governatore non ha nulla da obiettare.
Lo studio stima che “nel decennio 1992-2002 il salario mensile iniziale sia diminuito di oltre l’11% per i giovani entrati sul mercato del lavoro fra i 21 e i 22 anni, presumibilmente diplomati (da 1.200 euro mensili a meno di 1.100 euro); il calo è dell’8% per i lavoratori fra i 25 e i 26 anni, potenzialmente laureati (da 1.300 a 1.200 euro mensili). Per entrambe le classi di età, i salari d’ingresso, sono tornati nel 2002 ai livelli di 20 anni prima”.
I figli hanno buste paga decisamente più leggere dei padri. E “difficoltà crescenti nel costruirsi una carriera lavorativa che consenta il pieno sviluppo delle attitudini e delle capacità individuali”.
“Il salario dei lavoratori dipendenti più giovani si è ridotto negli anni Novanta rispetto a quello dei lavoratori più anziani. In particolare, il calo del salario d’ingresso non è stato controbilanciato da una carriera e, quindi, una crescita delle retribuzioni più rapida. La perdita di reddito nel confronto con le generazioni precedenti risulta dunque in larga parte permanente”, sottolinea lo studio, osservando come “in un quadro di moderazione salariale”, come quello degli ultimi anni, sembra che “l’aggiustamento delle retribuzioni sia stato asimmetrico e abbia penalizzato maggiormente le prospettive dei lavoratori neoassunti rispetto a quelle dei lavoratori impiegati“.
Alla fine degli anni Ottanta le retribuzioni nette medie mensili degli uomini fra i 19 e i 30 anni “erano del 20% più basse di quelle degli uomini fra i 31 e i 60 anni. Nel 2004 la differenza era quasi raddoppiata in termini relativi, salendo al 35%”, osserva lo studio, mettendo in evidenza che un andamento simile è osservato anche per le retribuzioni orarie, “che non risentono della crescente diffusione del lavoro part-time, ed è riscontrabile a tutti i livelli di istruzione”. La dinamica del differenziale generazionale – prosegue lo studio – riflette il “declino dei salari d’ingresso, presumibilmente connesso ai mutamenti della legislazione sul mercato del lavoro“.






