Un uomo viene trovato morto in carcere e subito l'immaginazione fa scattare il meccanismo per inventarsi una piccola e bruttissima storia

Nel 1997 lo scrittore italiano, amante del Portogallo, Antonio Tabucchi, è colpito da un fatto di cronaca letto su un quotidiano portoghese. Un ragazzo è stato trovato decapitato in una discarica ai margini delle città di Lisbona.
Tabucchi, scosso, non riesce a smettere di rimuginare sull’accaduto. Mette insieme alcuni indizi, lavora quel tanto che basta di fantasia, e scrive un romanzo che si intitola “La testa perduta di Damasceno Monteiro” (Milano, Feltrinelli 1997). Nel romanzo lo scrittore immagina che il ragazzo sia stato ucciso dalla Guardia Nacional (la polizia portoghese) durante un interrogatorio seguito ad un arresto illegale. E il corpo gettato in una discarica perché nessuno lo ritrovasse, mutilato perché non si scoprisse la pallottola statale nella testa del giovane.
Qualche mese più tardi, a seguito di difficili e non sempre limpide indagini, gli inquirenti scoprono che la faccenda è andata più o meno come Tabacchi l’ha immaginata: un commissario coinvolto in un giro di droga ha ucciso il ragazzo, piccolo spacciatore che, suo malgrado, aveva visto troppo.

Veniamo a noi. Un uomo è stato trovato morto in un carcere. Sulle prime i responsabili del penitenziario non hanno avuto dubbi: arresto cardiaco. L’autopsia però (tuttora nota solo attraverso indiscrezioni) avrebbe rivelato sul cadavere lesioni al cervello e all’addome. Si parla di un paio di costole rotte, e comunque di una serie di traumi tutti non riscontrabili dall’esterno: sul corpo non ci sono né ematomi né segni visibili di contusioni.
Pur senza avere l’immaginazione di Tabucchi, si potrebbe provare a scrivere un piccolo e brutto, bruttissimo romanzo su questa vicenda. E bisogna farlo prima che arrivi una versione ufficiale a schiacciare tutto sotto il peso che sola sa avere la verità quando è costruita ad arte.
Le percosse invisibili fanno pensare al metodo tipico di quando l’interrogatorio di un sospettato da ufficiale si fa ufficioso. Quando si passa dall’ufficio del commissario con il crocifisso e la foto del Presidente ad un stanza più piccola e peggio illuminata, gli agenti sanno bene dove e come colpire per fare male senza lasciare il segno. Scene da film poliziesco, obietterà qualcuno. Fiction. Del resto questo non vuole essere che un piccolo e brutto romanzo.

Lo sfortunato protagonista aveva in casa alcune piantine di marijuana. Una piccola piantagione, dice il verbale. Ma importa poco: fosse anche stata una coltura intensiva, non è una ragione sufficiente per morire in galera. Lo avevano arrestato insieme alla sua compagna, due giorni prima. Poi lei è stata tirata fuori dalla sua cella perché “c’era un problema”. E il problema era che il suo compagno era morto, a quarantaquattro anni, nessuno sa ancora come.
Nella realtà la direzione del carcere si è chiusa nel silenzio. In un romanzo però non si può lasciare il lettore senza la soluzione del caso. Immaginiamo un interrogatorio notturno, a sorpresa. Immaginiamo agenti costretti ad un turno troppo lungo, tante ore in servizio, i nervi tesi, a casa una moglie che aspetta da sola nella notte, un bambino col mal di denti. Immaginiamo che l’inquisito non risponda, non dica niente, non faccia nomi. Immaginiamo che non ci siano nomi da fare: niente spaccio, solo consumo, per sé e per qualche amico. Immaginiamo qualche rispostaccia, insulti, un paio di sputi (è un romanzo questo). E poi immaginiamo la tensione che sale, le mani che stringono i manganelli, oppure che nude raggiungono i punti conosciuti così bene: l’addome, la testa, la schiena. Immaginiamo un uomo che cade, un piccolo gruppo di uomini che gli si fanno intorno, e un cuore che si ferma. Arresto cardiaco. Immaginiamo per il nostro romanzo anche un referto medico indulgente e un processo celebrato nel silenzio generale: non ce lo impedisce nessuno, questo è un romanzo. Dopo di che non sarà difficile immaginare un’assoluzione totale.

“Io so, anche se non ho le prove, perché sono un intellettuale”, scrisse Pier Paolo Pasolini nel 1974, poco prima di morire. A noi, che intellettuali non siamo, è concesso soltanto immaginare.
La cosa difficile da immaginare in questa storia, in realtà, non è quello che accadrà. L’unica cosa davvero difficile da immaginare è quello che è accaduto: un uomo di quarantaquattro anni che in un Paese che si vorrebbe civile muore in carcere dopo essere stato trovato in possesso di marijuana.
Il filosofo francese Michel Foucault ci ha insegnato che il carcere, accanto all’ospedale psichiatrico, alla caserma e alla fabbrica, ha un ruolo chiave nel disciplinamento delle condotte individuali. Non serve soltanto alla detenzione, ma serve principalmente a condizionare il comportamento di chi è fuori, e che vive costantemente nella paura di diventare un “deviato”. E’ su questa paura che prospera la gestione del potere, ed è generalizzando la paura della devianza che i governanti riescono ad assicurarsi il consenso. Per sentirci sicuri, deleghiamo a pochi “eletti” (è proprio il caso di mettere tra virgolette questa parola con tutta l’ambiguità del suo significato) la gestione delle nostre vite.

In questo quadro, la morte avvenuta nel nostro romanzo è solo un increscioso effetto collaterale. Un errore nella procedura. Oppure, nella fantasia di un romanziere scadente, potrebbe essere la forma estrema di un avvertimento, che ogni tanto si concretizza in una manganellata più forte, in un pugno meglio assestato. Un avvertimento a chi volesse prendersi qualche libertà al di fuori della libertà obbligatoria che ci è concessa quotidianamente.
Per fortuna chi scriverà la vera storia di questa morte avrà meno immaginazione, e più buon senso. Nel frattempo chiediamo al protagonista, che ci guarda dal paradiso dei morti ammazzati, di proteggere noi che restiamo a terra. Fine del romanzo.

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