Duro atto di accusa alla politica culturale della nuova Amministrazione comunale guidata dal sindaco Verbena, rea di voler ‘rilanciare’ l'artigianato artistico con manifestazioni di basso profilo

A Deruta il nuovo corso della politica culturale con il ricambio dei vertici della Amministrazione comunale derutese si indirizza, decisamente controcorrente, verso la svalutazione delle tradizioni e delle origini storiche dell’antica ceramica derutese.
Solo pochi anni fa Deruta e il suo museo, con la mostra internazionale “La ceramica umbra al tempo di Perugino”, parteciparono con successo alle manifestazioni in onore del grande pittore umbro. In quella occasione, grazie alle scoperte di archivio di Lidia Mazzerioli e Clara Menganna, chi scrive, insieme e a Giulio Busti, poté ricostruire seguendo un rigoroso percorso filologico gli stretti rapporti che intercorsero –verso la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento – tra la pittura del Perugino e la stagione migliore della ceramica derutese.
Non si trattò della semplice imitazione delle pitture di Perugino: i derutesi portarono nella ceramica, mutuandolo dalla scuola del Maestro, la tecnica dello spolvero e la produzione modulare, sì che da uno stesso disegno si potevano trarre diverse figurazioni con il risultato di differenziare e personalizzare ogni singola opera.
Tra i pittori che meglio interpretarono lo stile e lo spirito di Perugino, Nicola Francioli detto “Co”. A lui si devono molte opere rinomate, tra cui il pavimento ritrovato nella Chiesa di San Francesco di Deruta eseguito nel 1524 e un piatto a grottesche, dipinto nel 1525, che reca in un cartiglio una drammatica sentenza latina e, in un altro, il motto “fatto in Diruta”. Questo straordinario piatto, esposto alla mostra derutese, ma da tempo conservato nel Victoria & Albert Museum rappresenta il primo esempio moderno di “made in …”, cioè di denominazione di origine, che Co impresse in un’opera di grande bellezza e raffinatezza a suggello dell’elevato livello culturale ed artistico della Deruta di allora.
Tuttavia, i vasai derutesi dell’epoca erano già famosi per il lustro, sofisticatissima decorazione che con tecnica alchemica aggiunge riflessi dorati o rubino alle maioliche. Di origine orientale, il lustro era giunto a Deruta, negli ultimi decenni del Quattrocento, per vie ancora non del tutto chiare. Una di queste chiama in causa Pinturicchio. Secondo Alan Caiger-Smith, la presenza del pittore alla corte del papa Alessandro VI Borgia avrebbe rappresentato il tramite tra la maiolica ispano-moresca e le officine di Deruta.

L’ipotesi è tutt’altro che improbabile. Borgia, infatti, proveniva da Valencia che con la vicina Manises eccelleva nella produzione del lustro. Pinturicchio, poi, era di casa a Deruta. Qui aveva incontrato nel 1500 Cesare Borgia, il Duca Valentino, e qui aveva maritato con Filippo di Paolo, sua figlia Faustina.
A Pinturicchio i derutesi devono certamente anche le grottesche, decorazioni fantastiche e mostruose, con cui abbellivano piatti e vasi. Pinturicchio, infatti, le aveva introdotte per la prima volta nella pittura delle stanze vaticane, traendole dalle “grotte” del sottosuolo romano, cioè dalle decorazioni parietali della Domus Aurea di Nerone i cui resti, all’epoca del pittore, erano oramai interrati.
Un ottimo esempio di questa stretta influenza di Pinturicchio sulla ceramica derutese, prima che decadesse nelle tarde raffaellesche della seconda metà del Cinquecento di imitazione urbinate, è in un rarissimo piatto lustrato e decorato a grottesche su cui campeggia il motto “Virtus” che può, oggi, essere ammirato nel Museo di Deruta.
Poiché vi sono buoni motivi per ritenere che Pinturicchio abbia contribuito in grande misura allo sviluppo della ceramica rinascimentale di Deruta, come universalmente riconosciuto dalla critica e dalla storia dell’arte, ve ne sono altrettanti per dispiacersi nell’apprendere che il prossimo appuntamento, che l’Umbria si appresta ad allestire per celebrare i 550 anni dalla nascita di Pinturicchio, non vedrà coinvolta Deruta e il suo Museo della ceramica.

Non sembrano, invece, dispiacersene i nuovi governanti di Deruta che, a quanto pare, vogliono ‘rilanciare’ la ceramica derutese con manifestazioni di basso profilo culturale che avrebbero la pretesa di essere di massa, se non fosse che rimangono pressoché deserte.
Il recente esperimento del “Cioccomocco” in occasione di Eurochocolate ha richiamato, secondo la dichiarazione di un entusiasta consigliere comunale “ben” otto pullman, ma in compenso (si fa per dire) ha fatto tutto il possibile per infangare l’immagine della maiolica derutese facendola rappresentare dal “mocco” (espressione che sta nel vocabolario di bottega, per barbottina, argilla semiliquida che serve ad attaccare manici ai vasi o per fare oggetti a colaggio).
Si tratta, appunto, di fango o se si preferisce rintracciare l’etimologia dal latino “muccus” di qualcosa che assomiglia per vischiosità e consistenza al catarro nasale. Così, mentre a Umbertide alla cioccolata associano le tazze d’autore della Rometti, a Deruta lanciano il “mocco”.
Perché l’associare la maiolica derutese, che ha storia gloriosa e tradizioni raffinate, ad elementi primordiali dovrebbe rilanciarne le sorti, resta un mistero.
Né si comprende francamente quale sia il ragionamento, che si dice ispirato da qualche esperto di marketing e di imprese, che ha spinto a pubblicizzare un bel vaso a lustro eseguito da uno dei migliori artigiani locali come “il Coccetto d’Oro”, in occasione della omonima manifestazione canora per bambini. Mi rimane oscuro perché faticare tanto per realizzare una raffinatissima e difficile prova di lustro per poi svalutarla come “coccetto”, diminutivo di “coccio” espressione dispregiativa riservata a produzioni di modesto valore. Non bastava già la manifestazione canora a sottolineare il vezzo provinciale dell’imitazione al ribasso, in questo caso del più noto e massmediatico “Zecchino d’Oro”?
E’ davvero penoso dover constatare che le politiche culturali, dettate dalla nuova Amministrazione e dal neoassessore comunale, scelgano di promuovere un “cioccomocco” o un “coccetto” e facciano soccombere Pinturicchio.
Più che un rilancio sembra una disfatta.

 

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