Confesercenti, Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, durante l’audizione presso la Commissione Lavoro della Camera sul Disegno di legge di attuazione del Protocollo sul Welfare, hanno ribadito di non voler firmare.
Sinteticamente la motivazione del rigetto del “protocollo” va ricercata nel fatto che “l’impostazione del Protocollo sul welfare conferma lo squilibrio della spesa sociale italiana, già troppo orientata alle pensioni, mentre dedica scarse risorse al sostegno per le politiche attive del lavoro”.
Più in dettaglio si può dire che non sia gradito il fatto che ”i dieci miliardi di euro ritenuti necessari nel decennio per compensare il superamento dello scalone e per garantire requisiti ridotti per i lavoratori impegnati in attività usuranti, vengono in parte coperti con l’aumento della pressione contributiva per i lavoratori parasubordinati”.
“Un ulteriore elemento di perplessità è rappresentato dalla clausola di salvaguardia posta dal Governo, in base alla quale se non si registreranno, come probabile, i risparmi ipotizzati con l’unificazione degli enti previdenziali (3,5 miliardi) scatterà, a partire dal 2011, un ulteriore aumento contributivo generalizzato dello 0,09%”.
Sono poi le così dette “finestre” di pensionamento a non essere gradite. “Per la prima volta nel nostro ordinamento viene subordinato il pensionamento di vecchiaia al meccanismo delle finestre. Viene quindi previsto, in maniera surrettizia, l’aumento dell’età pensionabile nella misura di almeno tre mesi per il lavoro dipendente e di almeno sei mesi per il lavoro autonomo”.
Ma il motivo principale del malumore è che “con il Protocollo si conferma l’inaccettabile disparità di trattamento fra lavoratori dipendenti ed autonomi. Tale disparità non ha giustificazione sul piano previdenziale, ma trae spunto da una impostazione datata che mira a penalizzare il lavoro autonomo.
Con particolare riferimento alle finestre di accesso al pensionamento, i tempi di attesa per i lavoratori autonomi aumenteranno fino a nove mesi per la vecchiaia e per la pensione di anzianità con 40 anni di contributi; il doppio rispetto quelli previsti per i dipendenti”.
Le Confederazioni del terziario e dell’artigianato manifestano preoccupazione per alcune modifiche apportate alla vigente disciplina in materia di mercato del lavoro.
In particolare non si condividono le modifiche introdotte sul contratto a tempo determinato: “Il tetto dei 36 mesi alla reiterazione dei contratti a tempo determinato diventa una misura che può avere elementi di condivisione se accompagnata da incentivi per le stabilizzazioni, ma che assume un effetto controproducente se al termine di questo periodo si prevede la trasformazione a tempo indeterminato del rapporto di lavoro, reintroducendo automatismi e rigidità che già in passato hanno scoraggiato nuove assunzioni. Soprattutto perché non vi è distinzione tra assunzioni per sostituzioni, per start-up e per i picchi stagionali. Anche la reintroduzione del diritto di precedenza scardina equilibri contrattuali già raggiunti in diversi settori. L’abolizione poi di alcuni strumenti, come il lavoro a chiamata, e la penalizzazione economica del part time sotto le 12 ore rischiano, di favorire il lavoro sommerso e di limitare le opportunità di nuovi posti di lavoro, soprattutto femminili.”









