Mentre Veltroni e Berlusconi si apprestano a scardinare il bipolarismo, a livello locale i due poli sembrano comportarsi come se dovessero odiarsi per sempre, invece...

L’impressione è che, per quanto appassionante, spesso la lotta politica a Todi sia completamente in ritardo di fase rispetto ai processi della politica nazionale. Non che ovviamente i politici locali debbano sempre eseguire supinamente gli ordini che arrivano dalle segreterie romane; eppure una maggiore attenzione alle dinamiche nazionali potrebbe aiutare a leggere più chiaramente l’impasse politica in cui sembra trovarsi la città.
Rispetto al quadro nazionale, naturalmente, Todi presenta una situazione completamente invertita: il centrodestra governa, il centrosinistra sta all’opposizione. Forse proprio con questo decisivo elemento si può spiegare la sensazione di arretratezza del dibattito politico tuderte, che risente di accenti da quinquennio berlusconiano.
Il centrosinistra tutto (apparentemente) compatto nella eroica resistenza al tiranno, il centrodestra stretto intorno al proprio capo a difenderlo dagli assalti dei comunisti finalmente spodestati. Basta dare un’occhiata al lessico politico: da una parte il fascismo sembra essere tornato un problema attuale (come quando c’era Silvio), dall’altra il comunismo è stigmatizzato con un’enfasi che neanche dopo il 1989, con le macerie del muro ancora calde.

Ora, è pur vero, e recentemente ne abbiamo avuto prova, che nello schieramento tuderte di centrodestra ci sono settori che si ispirano apertamente al fascismo storico, per i quali può essere appropriato parlare di fascismo. Ma, per quanto importanti e rumorosi, non sono certo questi settori la forza trainante del centrodestra. Eppure per comodità propagandistica il centrosinistra sembra ignorare che a destra si coagula un grumo di forze diverse, il cui nucleo politico non è un’ideologia fascista, anzi è quanto di più lontano esista dal fascismo.
Liberalismo politico e liberismo economico, vale a dire libertà dallo Stato e non nello Stato, sono i cardini di questa destra che col fascismo ha poco a che vedere se non per una sua attitudine vagamente xenofoba e per una convergenza, più di convenienza che ideologica, con la politica della Chiesa.
Il motivo per cui il centrosinistra di oggi si attarda a comprendere l’essenza della destra, continuando ad agitare lo spettro del fascismo, appare evidente: quanto a liberalismo e liberismo il nuovo Partito Democratico non ha, nella sostanza, idee diverse da quelle dei liberisti di destra. Se quindi si riconoscesse che il fulcro della destra è il difendere sul terreno politico le necessità del neoliberismo economico, le differenze tra i due schieramenti rischierebbero di sfumare fino a perdersi.

Berlusconi come nemico comune funzionava a tenere insieme tutta la sinistra, e anche una volta al governo il più forte argomento utilizzato dagli strateghi prodiani è stato: sennò torna Berlusconi. Era anche l’unico argomento che tra gli elettori tuderti nauseati del centrosinistra si usava per convincersi l’un l’altro a scegliere Servoli: la destra è peggio. Ma queste categorie sono davvero destinate a non funzionare più. E non perché sono morte le ideologie, come molti credono, ma perché nuove e feroci ideologie si stanno insediando al potere, e stanno formando nuove alleanze.
Mentre la sinistra tuderte parla scandalizzata di inciuci, come se le maggioranze fluide e il dialogo col nemico fossero casi di alto tradimento, Veltroni ripete quotidianamente che il Pd del futuro avrà le mani libere, se necessario attraverso alleanze più elastiche di quelle attuali. Fare alleanze elastiche, per chi ancora non mastica bene il veltronese, significa la possibilità di cercare convergenze (parallele, avrebbe detto Moro) col centrodestra, con chiunque del centrodestra.

Mentre Epifani continua a rivolgersi col nome collettivo di Sinistri ai membri dell’opposizione, non si accorge (lui, animale politico di razza) che il suo gioco di parole non fa più ridere, perché di là non c’è più nessuno disposto a riconoscersi come Sinistro: quelli che lui chiama così non solo hanno cambiato nome, ma stanno amoreggiando con i settori centrali della sua stessa coalizione.
Mentre il centrosinistra tuderte è impegnato a tenere in piedi il suo fronte unico come un’antica falange armata, non si accorge che i soldati più spostati verso il centro fanno l’occhiolino ai nemici e si accordano per andare a cena insieme. Se Epifani ha i suoi buoni motivi (vale a dire: restare al potere) per continuare a sostenere una coalizione che a livello nazionale si sta sfaldando, l’illusoria unità del centrosinistra è ancora più anacronistica, perché l’esperienza del governo Prodi dimostra ogni giorno che l’unità d’intenti di quando si sta in Piazza si spacca in due opposte concezioni della politica e della società una volta rientrati nel Palazzo.
Tanto più che il Pd sta già lavorando ora, concretamente, alla propria emancipazione dalla cosiddetta sinistra radicale: un militante del Pd in questo momento ha molte meno cose in comune con un rifondarolo che con un moderato di Forza Italia, o con un neodemocristiano. Se non si riesce a capire questo, si rischia di continuare a combattere nemici che stanno per diventare amici, e soprattutto di continuare a ritenere amico chi tra un attimo sarà, se non nemico, quantomeno avversario, e nemmeno dei più pietosi.
 
In sostanza, Berlusconi e Veltroni stanno scardinando il bipolarismo mentre i due poli tuderti continuano ad accapigliarsi come se fossero destinati ad odiarsi per sempre. Ma non sarà così. Dopo i cinque anni di odio incondizionato del periodo 2001-2006, Veltroni ora sta riabilitando Berlusconi, come D’Alema aveva fatto ai tempi della Bicamerale. E sempre nel nome dell’antico ritornello delle riforme, una parola magica che sembra sbloccare tutto e che, oggi come allora, nasconde un solo significato: spartizione del potere politico ed economico, possibilmente senza più scocciatori a fare la morale.
E’ triste pensare che gli acerrimi nemici di oggi debbano essere costretti a stringersi la mano domani, come due monelli presi per le orecchie da un padre inflessibile e forzati a fare la pace. E’ un senso di frustrazione che si è provato più volte, soprattutto quando i giovani politici tuderti hanno preso iniziative poi completamente smentite dai loro capi.
I giovani tuderti del Pd contestano il parafascista Duarte, e Prodi lo ospita a Roma senza battere ciglio. I giovani tuderti di Forza Italia annunciano una democratizzazione dal basso del partito, e il loro padrone gli toglie il partito da sotto il naso e lo cambia con un altro.
E’ triste e deprimente vedere dei ragazzi maltrattati così nei loro ideali, nelle loro speranze, nella loro passione, nel loro impegno. Per questo è necessario che comprendano tutti, in fretta, che siamo dentro una nuova fase.
Per scegliere se continuare a discutere e a lottare oppure prepararsi a stringere quella mano che gli viene tesa malvolentieri, e magari a sedere insieme, vicini, tra i banchi della prossima Amministrazione.

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