Con: Jamie Foxx, Chris Cooper, Jennifer Garner, Ashfar Barhom, Ali Suliman. Regia: Peter Berg. Genere: Azione/Drammatico. Durata: 110 minuti.


Avete mai mangiato una minestra con coltello e forchetta? Pure se la minestra sia niente male e le posate d’argento,la portata è immangiabile. Vedere The Kingdom fa un effetto simile; perché è un film, per molti aspetti, a due facce che, purtroppo, non sono state amalgamate a dovere. Una doppiezza che parte sin dal binomio che compone il cast tecnico, con il geniale Michael Mann (regista di film memorabili come Insider e Alì ) alla produzione e il più modesto Peter Berg alla regia.
La presenza di Mann è forse troppo ingombrante per Berg e il tandem non si risolve in una fruttuosa collaborazione, quanto piuttosto nella compresenza di due anime ben distinte nel film che escludono a vicenda l’una la credibilità dell’altra
Dopo una prima scena, dal taglio documentaristico-patinato, dove, tra i titoli di testa, ci viene gentilmente riassunto più di mezzo secolo di storia di relazioni internazionali USA-Mediorientali, ecco l’immancabile attentato terroristico. Questa volta, ad essere colpito, è un superprotetto residence di una compagnia petrolifera (e che altro?) americana in Arabia Saudita, abitato anche da donne e bambini. I subdoli integralisti non si fermano qui e durante i soccorsi fanno saltare un’altra bomba.
Cosa faranno allora gli USA? Se ne staranno ad aspettare che le autorità saudite individuino e catturino (vivi o morti) i responsabili, come caldamente consiglia la molle diplomazia di Washington, per non urtare la suscettibilità del potente alleato? O qualcuno partirà, armi e bagagli, a dare una mano a quegli inetti dei sauditi?
Ovviamente questo qualcuno c’è, e si tratta di 4 agenti speciali dell’FBI comandati dal nero Jamie Foxx (in gran forma). Pochissimo però, è il tempo a disposizione e scarsissima la collaborazione fornita dalle autorità locali. Ad aiutarli sarà solo uno dei capi della polizia (l’ottimo Ashfar Barhom), indispensabile nel guidare i nostri nelle stranezze di in una società con una mentalità così distante da quella occidentale. È lui l’unica chiave d’accesso possibile per farli penetrare (e per far conoscere allo spettatore) quel mondo altrimenti inaccessibile che è l’Islam profondo, intriso di una religiosità sentita con una urgenza per noi incomprensibile.
La vicenda si snoda così muovendo contemporaneamente da due punti di vista differenti: quello convenzionale degli agenti americani e quello più inusuale dei militari arabi, stretti tra un’ampia fascia di popolazione, simpatizzante coi terroristi e un’élite moderata (se così si può definire chi permette la tortura negli interrogatori), desiderosa di mostrare al mondo di poter sconfiggere i fondamentalisti interni
L’idea di raccontare il tutto attraverso il linguaggio dell’action-movie, con tutti gli ingredienti del genere (sparatorie, inseguimenti mozzafiato ecc.) però non funziona, non c’azzecca o comunque non si è riusciti a farla funzionare, finendo così per compromettere l’intero film che rischia di deludere sia chi è in cerca d’una buona dose d’adrenalina sia chi è interessato ad una riflessione sulle dinamiche della War on Terror.



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Paradise now,
di Hany Abu-Assad
Syriana, di S. Gaghan

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