Esperienze e notizie contraddittorie arrivano dal mondo del “telelavoro”.
Secondo Ravi Gajendran, ricercatore della Pennsylvania State University, il telelavoro è la soluzione a tutti i problemi, sia delle aziende che con questa tipologia di contratto hanno meno doveri e responsabilità, che per il dipendente, che può gestire meglio il proprio tempo, con non pochi vantaggi dal punto di vista economico.
Le persone che lavorano da casa vivono meglio e producono di più. Per loro niente stress, evitano gli autobus o i treni affollati e iniziano la giornata sempre puntuali.
Negli Usa il telelavoro è un trend in crescita ormai dal 2000. Lo scorso anno circa 45 milioni di americani, tutelati da una normativa sul lavoro non certo come quella italiana, lo hanno utilizzato.
Dal 2003 c’è stato un aumento di 4 milioni di teledipendenti e il numero, garantisce Gajendran, è destinato a crescere ancora parallelamente all’aumento degli accessi a banda larga.
Invece, per altri, deficit di attenzione e calo della concentrazione,sono le principali conseguenze del tecnostress, un ‘male americano’ che oggi insidia la salute dei lavoratori del Belpaese.
A ‘fotografare’ il fenomeno è il primo libro italiano su ‘Tecnostress in azienda: Mobil Work Life Management e rischio d’impresa’, scritto da Enzo Di Frenna, presidente di Netdipendenza onlus, associazione no profit per la prevenzione delle videodipendenze e sindromi correlate.
Circa l’80% degli italiani intervistati, in occasione di una ricerca sul tecnostress su un campione di 224 operatori Ict, i durante ‘Roma Caput Media’, svoltosi nella capitale a fine settembre, è risultato tecnostressato: si sente soverchiato dall’overdose di tecnologia. Si tratta di persone che usano internet, pc o video dalle 9 alle 12 ore al giorno. Non solo, poco meno dell’80% ritiene il problema in crescita in futuro.
Ansia, affaticamento mentale, attacchi di panico, depressione, incubi, attacchi di rabbia (dovuti in particolare alle difficoltà di utilizzo dei computer e dei software) sono i ‘segni’ di questo disagio.
Un disagio che però che pare più legato allo strumento che si usa che al luogo in cui si lavora.
Alla fine, dovendo comunque usare la tecnologia per lavorare, meglio almeno ridurre lo stress da viaggio quotidiano e sopportare quello da computer, specie se si impara una ricetta per la prevenzione dell’attrazione del monitor.
Soluzioni sono già praticate, soprattutto all’estero: la meditazione, molto usata nei corsi di stress management in America, l’attività sportiva, l’abitudine a pause rigeneranti, le tecniche olistiche.






