Come avviene il contagio, quali sono i sintomi, come si cura e che cosa si può fare per prevenirla

Il ripresentarsi di nuovi casi di meningite anche in Umbria, nel ternano, ha inevitabilmente innescato una comprensibile apprensione, per non dire paura, in tante famiglie, non solo nella zona del possibile contagio (a Montefranco, in Valnerina, dove si è registrato l’ultimo episodio ai danni di una bimba la Asl ha affisso anche i manifesti) ma un po’ ovunque, con la richiesta di maggiori informazioni sulla malattia, sui sintomi e sui comportamenti da tenere.
Da qui la scelta di riportare la scheda che segue che inquadra la problematica in tutti i suo aspetti.

La meningite è un’infiammazione delle meningi, le membrane che avvolgono il cervello. Se non curata in tempo causa disturbi neurologici gravi che, quando non sono letali, possono lasciare un segno profondo: ritardo mentale, epilessia, sordità, paralisi. 

La forma più pericolosa è quella provocata da batteri, mentre la meningite provocata da virus in genere è benigna: può passare anche inosservata. I batteri responsabili della meningite li portiamo abitualmente addosso, nelle vie respiratorie, in gola, in bocca; anche il temuto meningococco.
Si stima che 5-6 persone su cento siano, per periodi più o meno brevi, portatori del batterio e che possano perciò infettare altre persone senza risentirne. Occasionalmente, questi germi possono dar luogo a infezioni in sedi vicine al cervello: faringiti, tonsilliti, otiti, sinusiti, bronchiti, broncopolmoniti, delle quali approfittano per moltiplicarsi e raggiungere un numero tale da riuscire a invadere il sangue, e attraverso di esso, arrivare alle meningi. 

Chiunque, in teoria, può ammalarsi perchè questi germi si trasmettono con le goccioline di saliva, i colpi di tosse e gli starnuti: ma il contagio avviene solo nell’ambito di contatti diretti (per esempio, con un bacio) o molto stretti, nel raggio di 1-2 metri al massimo. Questi batteri, infatti, non riescono a superare distanze maggiori e al di fuori del corpo umano sopravvivono per poche ore.
 
Negli adulti i segni tipici della meningite sono febbre molto alta, mal di testa intenso, rigidità del collo, spesso accompagnati da vomito improvviso senza nausea né dolori addominali.
Nei bambini più piccoli i sintomi sono più sfumati, caratterizzati da febbre (che però manca nel lattante) e sonnolenza (o, al contrario, irritabilità).
Devono far scattare il campanello d’allarme: una febbre molto alta e un forte mal di testa, sopratttutto se «gravativo, avvertito come un «peso», e il vomito.

La diagnosi sulla natura della meningite, cioè l’identificazione del responsabile, si può fare solo analizzando in laboratorio il liquor (il liquido con cui sono a contatto le meningi, il cervello e il midollo spinale), prelevato con la puntura lombare: ma questi test richiedono tempo, mentre lo spazio per intervenire è di poche ore soltanto.
Per questo i medici considerano sempre l’eventualità più grave, quella che si tratti di batteri e iniziano subito, ancor prima che siano disponibili i risultati, a dare per via endovenosa dosi elevate di antibiotici, efficaci su molti batteri e capaci di superare la barriera ematoencefalica, così da colpire tutti i microrganismi che potrebbero essere in gioco.
Una terapia ben condotta, che comprenda eventualmente cure intensive e farmaci antinfiammatori per ridurre l’infiammazione delle meningi, nella maggior parte dei casi consente una guarigione definitiva.
E’ molto importante che il trattamento sia essere iniziato entro poche ore dalla comparsa dei sintomi.
Se la terapia non viene messa in atto prima che il batterio abbia invaso le strutture cerebrali provocando danni irreparabili. 

L’unica arma sicura per la prevenzione è il vaccino, che non rientra tra quelli obbligatori, ma deve essere richiesto espressamente dai genitori. 

Chi è venuto in contatto con persone colpite dalla meningite, non deve farsi prendere dal panico, perchè il contagio da individui malati è, relativamente raro (avviene nel 2-4% dei contatti). Comunque, per ridurre al minimo i rischi, chi è stato vicino per molto tempo alla persona malata nel periodo in cui questa ha manifestato i sintomi o nei due giorni precedenti viene curato per qualche giorno con antibiotici a scopo profilattico. A questo trattamento vengono sottoposti di solito il coniuge, chi lavora nello stesso ufficio, il personale medico e gli infermieri che hanno curato il paziente.

In Italia vengono – secondo quanto riporta l’Istituto Superiore di Sanità – segnalati circa 200 casi, pari a 3 casi ogni milione di abitanti rispetto ad una media europea di 14. È presente «una forte stagionalità con picchi in inverno e primavera. La distribuzione per età dei pazienti indica una maggior frequenza tra i bambini e gli adolescenti». Il 50% di tutti i casi si registra in soggetti di età inferiore a 17 anni, e il 30% ha fino a cinque anni. La mortalità è del 13% circa, simile a quanto osservato in altri paesi occidentali.

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