Per il quinto anno consecutivo la Campagna “Sbilanciamoci!” presenta il rapporto “Come si vive in Italia?” sulla base dell’elaborazione del QUARS, l’indice costruito dalla campagna per misurare la qualità dello sviluppo delle regioni italiane.
Ormai da diversi anni è aperto un dibattito sulla necessità di elaborare indicatori capaci di rappresentare in maniera sintetica il grado di benessere, di sviluppo, di qualità della vita, di una nazione come di uno specifico territorio. Indicatori alternativi o integrativi del PIL che secondo Bob Kennedy: “misura tutto in pochi numeri, eccetto ciò che rende la vita meritevole di essere vissuta”.
Elaborato dall’UNDP, l’ISU (Indice di Sviluppo Umano) è il più famoso tra gli indicatori alternativi. Si concentra su tre elementi essenziali: longevità, conoscenza e standard divita dignitosi.
Nella classifica contenuta nel Rapporto sullo Sviluppo Umano 2006, nel quale i dati sono riferiti al 2004, l’Italia è al 17° posto, guadagnando 4 posizioni rispetto al Rapporto dell’anno 2004 in cui eravamo 21esimi.
Siamo ottavi per speranza di vita, ventiseiesimi secondo l’indice di educazione e diciannovesimi per PIL pro capite.
Riguardo alla povertà l’Italia evidenzia alcuni aspetti critici. L’ONU utilizza due indici denominati HP1 (Human Poverty Index) e HP2. Il primo è concepito per i paesi più poveri e non viene calcolato per i paesi che appartengono all’OCSE.
Per l’Italia bisogna quindi guardare il valore dell’HP2, che si compone del dato relativo alla speranza di vita alla nascita, di quello relativo alla povertà (è considerato povero chi non raggiunge un reddito pari o maggiore al 50% della media nazionale), di quello sull’alfabetizzazione e di quello sulla disoccupazione di lungo termine.
L’Italia si classifica al 18° posto, mostrando, in particolare, un dato preoccupante relativo all’alfabetizzazione: il valore fa riferimento a tutte quelle persone alle quali manca una alfabetizzazione funzionale, ovvero che sulla carta sanno leggere e scrivere ma che in realtà non hanno acquisito le conoscenze e le abilità che li rendono capaci di impegnarsi in modo efficace in quelle attività in cui la lettura e la scrittura sono normalmente intese nella loro cultura o gruppo di riferimento.
L’Italia mostra il valore peggiore tra tutti i paesi per i quali questo dato è disponibile.
Ma sono i risultati relativi alle questioni di genere che delineano una situazione allarmante.
Gli indici relativi al genere sono due, il GDI (Gender Development Index) e il GEM (Gender Empowerment Measures). Il primo utilizza gli stessi indici dell’ISU separando però i soli dati relativi alle donne; il secondo si occupa di misurare le disparità di genere nella partecipazione alla vita economica e politica di un paese, gli indici utilizzati sono costituiti dalla percentuale di dirigenti e quella di professionisti donne, dal reddito medio delle donne e la percentuale del reddito femminile rispetto a quello maschile.
Ed è proprio osservando i dati per la costruzione del GEM che ci si accorge come la situazione dell’Italia rappresenti una anomalia nel contesto dei paesi con un ISU elevato.
L’Italia è, e probabilmente rimarrà, un paese conservatore e arretrato soprattutto, ma non solo, dal punto di vista delle questioni di genere. Siamo al 72° posto per il numero di parlamentari donna (il 16%), davanti a noi moltissimi paesi africani e in ogni caso moltissimi paesi con ISU ben al di sotto di quello italiano; al 64° per la percentuale di donne amministratrici di impresa o manager (21%), al 57° per la percentuale di donne che fanno lavori in cui è richiesta una capacità tecnica di alto profilo (45%) e infine 108° per divario di reddito tra uomini e donne (il reddito di una donna italiana è in media meno della metà di quello di un uomo), un dato che in Italia non è neppure calcolato dall’ISTAT per le regioni.
A causa della mancanza di dati di molti paesi l’indice complessivo è calcolato solo per 75 paesi. Tra questi occupiamo la ventiquattresima posizione.











