A volte la tradizionale freddezza dei numeri si rovescia in qualcosa di inaspettato. E la razionalità di un algoritmo può tornare ad essere uno strumento umanistico, come quando matematica e filosofia ancora viaggiavano insieme, e servivano ad indagare l’uomo, le sue qualità, il suo destino.
Le campagne di “Sbilanciamoci!” sono sempre sorprendenti, perché si sforzano di aggredire il concetto di sviluppo da punti di vista inediti. E tentano di abbattere la percezione comune, inculcata nella mente di tutti attraverso la più intensa campagna ideologica dopo la caduta del muro di Berlino, secondo la quale stare bene significa soltanto crescita economica illimitata.
Per fortuna il lavoro di chi cerca indici analitici alternativi arriva ogni tanto a scalfire il fronte granitico di coloro che mettono al centro il profitto, il reddito e quindi la produzione. Non si vive di sola produzione, anzi, come si è visto recentemente, di produzione selvaggia si muore e la frase di Bob Kennedy, comparsa nel precedente articolo, che è il motto dei sostenitori degli indici alternativi dovrebbe essere risintetizzata e trasformata in uno slogan politico ed esistenziale: “Il PIL non è ciò per cui la vita merita di essere vissuta”.
Si è sollevato più volte, anche su questo sito, il problema della compatibilità tra lo sviluppo economico e l’esistenza quotidiana delle persone, tra una concezione tutta economicistica della società e il suo impatto sull’ambiente, sui territori, sulle comunità. Un complesso di problemi che spesso viene riassunto con la formula di “sostenibilità dello sviluppo”. Ma quello che interessa qui non è un discorso tecnico.
L’insostenibilità del modello di sviluppo dominante è un’insostenibilità prima di tutto umana, è l’insostenibilità denunciata da tutti gli individui che non ce la fanno, che rimangono indietro, che vengono travolti dalla violenza e dalla ferocia che, a valle, è l’assassinio e lo stupro ma, a monte, è la violenza stessa imposta alla vita dai ritmi della produzione e del consumo.
Un’enunciazione del genere può suonare eretica, ma purtroppo noi abbiamo un esempio troppo recente, e anche territorialmente vicino, di come la produzione possa diventare anche fisicamente, e non solo psicologicamente, violenta e fatale. Un esempio troppo recente, e vicino, per poterlo ignorare.
Non solo il lavoro, e la morte sul lavoro, parlano di come un’esistenza dominata dal PIL possa diventare disumana. Sempre su questo sito si è affrontato recentemente, in occasione della tempesta ICI che si è abbattuta su Todi, il problema della speculazione edilizia.
Anche nel campo dell’urbanistica, il falso mito della crescita economica a tutti i costi rischia di violentare un territorio, di spogliarlo delle sue ricchezze naturali, di devastare un paesaggio che, paradossalmente, l’intervento dell’uomo sta rendendo sempre più pericolosamente inumano. E ancora una volta il proposito di “far girare l’economia” mette a repentaglio la vivibilità di un ambiente.
L’ISU dunque arriva a mostrarci, attraverso il rigore dei numeri, un altro modo di raccontare la tanto invocata da tutti “qualità della vita”. E lo fa mettendo al centro tre concetti che si scontrano potentemente con qualunque idea economicistica della vita: longevità, conoscenza, dignità.
In una società effimera, superficiale se non ignorante, e sempre più assuefatta all’indegnità, questi tre criteri di interpretazione rimbombano come uno sparo in una cattedrale deserta. Forse si potrebbe perfino andare più a fondo, indagando l‘esistenza degli individui in direzione più strettamente psicologica, e dando rilievo a fattori come la percezione della precarietà, la paura, l’insicurezza, gli stati d’ansia. E ci si accorgerebbe forse definitivamente dell’imbarazzante inadeguatezza di un indice economico per valutare il grado di benessere di una popolazione.
E’ importante utilizzare proprio questa parola, benessere, perché su di essa si può misurare la portata di un equivoco, verbale e concettuale, forse tra i più spaventosi della nostra epoca. Il benessere, nel linguaggio comune, è associato immediatamente alle condizioni materiali. Ma il “bene essere” è qualcosa di molto diverso dal “bene avere”, o dal “molto avere”. Eppure questa differenza, per il senso comune, si è completamente perduta. Essere e avere si sono sovrapposti, confusi, appiattiti l’uno sull’altro finché l’avere, alla fine, non ha completamente sostituito l’essere, e il possesso dell’uomo viene volentieri scambiato per la sua essenza.
Anche la politica, sempre pronta a sventolare i dati relativi al PIL come i giovani maoisti sventolavano il libretto rosso, dovrebbe cercare di modellare le proprie prospettive sulle linee tracciate da indici alternativi come l’ISU. Dovrebbe cercare di affannarsi meno a dimostrare “quanto si sta meglio” e chiedersi di più “come si sta”.
La grande bugia della crescita economica come rimedio a tutti i mali si è ormai impossessata delle psicologie di quasi tutte le forze politiche. Oltre all’errore di valutazione implicito in questa convinzione (perché la crescita economica non genera automaticamente, come vecchi e nuovi liberisti vorrebbero, redistribuzione della ricchezza, ed anzi è fonte di sempre nuovi squilibri), gli indici alternativi sollevano il problema della prospettiva da cui guardare alla società.
Non più cercare di capire gli uomini, e le loro esistenze, da dentro gli uffici in cui si calcola il Prodotto Interno Lordo, ma misurare con scale diverse e numeri più umani altri “prodotti interni”, come la conoscenza, la dignità, l’aspettativa (e le aspettative) di vita.
- Paolo Gervasi
- 12 Gennaio 2008











