Le immagini e i fetori dei rifiuti della Campania devono spingere a guardarci intorno per vedere il degrado lungo le strade, sui convogli della FCU, nei boschi: è un danno di cui va fatto pagare il conto

Le schifezze e i cattivi odori delle montagne di rifiuti della Campania hanno anche un alto valore educativo. Mai come in queste settimane si è tanto parlato in Italia di immondizia, e per un paese dalla memoria corta, tendente stabilmente alla distrazione, quelle immagini e quei fetori – per chi li ha annusati – sono un invito alla riflessione.
L’Umbria occupa posizioni mediocri nella graduatoria della pulizia. Le città sono abbastanza curate ma è sufficiente uscire dai centri storici per vedere l’indecenza. I bordi delle strade, i sottopassi, gli svincoli, le cunette di scolo delle acque e gli slarghi su tutte le vie di comunicazione statali e provinciali mettono in mostra il presidio dell’immondizia. Roba da voltastomaco. E a proposito di vomito sono esemplari quasi tutte le zone di sosta della E 45.
Le strade di campagna, quelle che portano alle frazioni e ai borghi, non vedono il passaggio della ramazza da decenni. Nemmeno i boschi si salvano perché c’è qualche cialtrone – e non sono pochi – che butta nel fogliame di tutto, pensando soltanto ai propri comodi.
Anche i cacciatori, finti ecologisti, hanno le loro belle responsabilità. Basta passeggiare per i viottoli più battuti per fare collezione di cartucce e cartacce. Sanno questi signori che maneggiano il fucile con disinvoltura, quanti anni ci vogliono perché la natura assorba le tracce della loro maleducazione? Decenni e decenni. E non mi vengano a dire che la loro è un’attività sportiva ad elevato contenuto di protezione ambientale.

Neanche il treno si salva. Viaggiate sui convogli della Ferrovia Centrale Umbra
, che attraversa tutta la regione, e incontrate uno squallore che fa male. In quasi tutte le stazioni si vedono in sosta carri che hanno perduto ogni dignità: coperture arrugginite, pianali ingombri di robaccia, immondizia sotto i carrelli, e calcinacci, tubi, cavi, traversine, plastica e cartacce. Uno schifo. E le stazioni? Tutte o quasi tutte in abbandono. Edifici con un piccolo carico di storia e di memorie, che se fossero affidati alle ferrovie svizzere sarebbero accoglienti chalet.
Lo so bene, tutto costa, soprattutto la pulizia costa, ma è mai possibile lasciare degradare tutto in questo modo? Gli amministratori della concessionaria del trasporto regionale hanno occhi per vedere? A meno che i loro delicati piedi non salgano mai sui predellini dei convogli, ma soltanto sulle autovetture di servizio. A nessuno viene mai in mente di far partire ammonimenti da cavar la pelle? La governatrice Lorenzetti ha niente da dire? E le Province? E i Comuni che quella ferrovia attraversa? Assordante silenzio.
Possibile che a nessuno di lorsignori venga in mente che il danno ambientale è anche danno di immagine che paghiamo tutti, noi contribuenti, e loro che ci perdono la faccia. Ammesso che abbiano la sensibilità per capirlo. E poi si lamentano della crisi del turismo.

Anche i responsabili delle autolinee di trasporto pubblico che servono la Regione hanno gli occhi distratti da altri affari – il chiacchiericcio politico dal quale dipendono le loro poltrone forse? – per non vedere in quale stato sono ridotte le pensiline per l’attesa di quei poveracci che devono servirsi degli autobus. Pareti sfondate, sedili arrugginiti, tabelle con gli orari illeggibili. Non sono casi isolati. Quasi dappertutto è così.
Mi viene da dire che un poco al giorno, progressivamente, anche l’Umbria si sta meridionalizzando, va assorbendo cioè certe cattive abitudini di certo Mezzogiorno, che è incapace di svolgere in modo sia pure approssimativo i propri compiti. La spazzatura che avvilisce la Campania e Napoli è un esempio. Chi ama quella straordinaria città ricca di storia – ed io la amo perché la conosco bene – non riesce a farsi ragione del degrado, dell’indolenza, dell’incapacità di dare soluzione.
Certo, è qualità di uomini, non della gente comune che ogni giorno assolve con coscienza i propri compiti, ma degli altri, di quelli che praticano la politica come mestiere – e quale ricco mestiere ! – che dimostrano l’ottusa incapacità di saper fare con diligenza il lavoro di amministratore. E questo lavoro prevede anche denunce e punizioni. Avere cura della cosa pubblica non è compito facile, sicuramente non adatto a tutti i temperamenti, ma chi non ce la fa abbia almeno la decenza di prendere atto del proprio fallimento e togliersi di mezzo.

Ricordo l’estate passata, nel colmo del Todi Festival, la venuta di Bassolino invitato a parlare delle bellezze di Napoli, degli arredi artistici realizzati nelle stazioni della metropolitana. Era con Jannis Kounellis, l’artista greco che ha dato a Napoli una porzione importante della propria creatività, e vantava i propri meriti di amministratore attento al bello e alla cultura.
Anche nella nostra regione c’è tanta gente che ha sopravvalutato le proprie qualità di amministratore. Mediocri personaggi hanno responsabilità delle quali non sono degni. E in fatto di ambiente e di cura del territorio che è il bene di tutti, possiamo loro chiedere il conto del non fatto, del malfatto e delle omissioni. Conto da saldare subito.

In Francia ha suscitato grande interesse la sentenza con la quale la magistratura ha condannato una grande compagnia petrolifera, il Registro navale italiano, un armatore e il suo fiduciario per il naufragio della petroliera Erika che otto anni fa ha scaricato sulle coste della Bretagna tonnellate di carburante destinato al nostro paese.
Che cosa dice quella sentenza? Dice che il danno all’ambiente è un danno economico e va fatto pagare senza sconti. E’ una sentenza destinata a fare principio perché riconosce il diritto all’indennizzo – in misura simbolica ma certa – anche per gli uccelli morti a causa della marea di petrolio.

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