Il leone di San Marco identifica la prima pagina della relazione come proveniente inequivocabilmente dalla Regione del Veneto – Assessorato alle Politiche Sanitarie.
Ma a fianco c’è anche il nome dell’Istituto Oncologico Veneto – Irccs e dei relatori: Zambon P, Bovo E, Guzzinati S., compresi quello del Comune di Venezia: consulente scientifico Ricci P. (ASL Mantova) e della Provincia di Venezia – Settore Politiche Ambientali: Gattolin M, Chiosi F, Casula.
Il titolo della relazione è “rischio di sarcoma in rapporto all’esposizione ambientale a diossine emesse dagli inceneritori: Studio caso controllo nella provincia di Venezia”.
Questi alcuni stralci della relazione che è comunque disponibile integralmente in allegato.
“Il nostro studio ha preso l’avvio dall’osservazione di un eccesso significativo di sarcomi dei tessuti molli (ICD IX 171) nei comuni della Riviera del Brenta (ex ULSS 18 – 100.873 residenti) rispetto al tasso medio del territorio coperto dal Registro Tumori del Veneto – RTV (1.978.072 media residenti 1990-1996). Erano stati considerati i casi incidenti nel periodo 01.01.1990 – 31.12.1996 (4).
Un eccesso più modesto era presente anche nel territorio di Venezia Centro Storico (ex ULSS 16, 118.704 residenti) e Terraferma Veneziana (ex ULSS 36, 203.347 residenti); questa zona è oggetto da anni di particolare interesse da parte delle Istituzioni per la presenza di Porto Marghera, che è stato il primo insediamento industriale in Italia ed ha attualmente 42 impianti produttivi.
La disponibilità del modello di dispersione degli inquinanti, successivamente orientato ad esigenze di tipo epidemiologico, ha permesso di svolgere uno studio caso controllo utilizzando i valori stimati per l’attribuzione della esposizione ambientale alle abitazioni dei soggetti in studio.
Posto uguale a 1.00 il rischio dei soggetti con il livello più basso di esposizione e durata inferiore a 32 anni, si osserva che il rischio aumenta in rapporto sia alla durata che all’entità di esposizione; i più esposti hanno un rischio significativamente più alto rispetto al riferimento.
Conclusioni
1. La Provincia di Venezia ha subito un massiccio inquinamento atmosferico da sostanze diossino-simili rilasciate dagli inceneritori, soprattutto nel periodo 1972 – 1986.
2. Nella popolazione esaminata risulta un significativo eccesso di rischio di sarcoma correlato sia alla durata che all’intensità dell’esposizione.
3. Il rischio appare particolarmente concentrato nei comuni di Stra, Vigonovo e Fiesso d’Artico che vengono interessati dai venti prevalenti di Nord Ovest.
4. Gli inceneritori con più alto livello di emissioni in atmosfera sono stati quelli che bruciavano rifiuti urbani. Nell’ordine sono seguiti quelli per rifiuti ospedalieri e quelli industriali, ricordando però come per quest’ ultimi i problemi d’inquinamento storicamente rilevati riguardino in particolare una diversa matrice (acqua).
Considerazioni generali
1. Tra ubicazione geografica delle fonti inquinanti esaminate in questo studio ed aree di ricaduta delle loro emissioni esisteva una grande distanza e di ciò dovrebbero tenere conto le valutazioni di impatto ambientale di questi impianti.
2. L’indagine nel suo complesso suggerisce che lo smaltimento dei rifiuti segua percorsi alternativi a quello dell’incenerimento, dal momento che si rende responsabile della dispersione in atmosfera di cancerogeni che, oltre a riconoscere una molteplicità di cellule bersaglio, sono in grado di agire per effetto di una bio-accumulazione. Un fenomeno difficilmente evitabile da misure di prevenzione basate sul solo contenimento delle concentrazioni di inquinante ammesse per singole fonti di emissione in atmosfera.
3. Le politiche ambientali dovrebbero porre al centro delle proprie strategie la riduzione della produzione dei rifiuti come necessario obiettivo di prevenzione primaria.
Questa tecnologia, i cui effetti sono stati considerati in Veneto, non può sicuramente essere quella che si vuole in Umbria, una tecnologia sicuramente vecchia e con grossi rischi anche per la salute.
Se anche non si potrà raggiungere l’opzione data dalla raccolta porta a porta per rendere inutile la “soluzione finale”, occorre che gli amministratori regionali amplino le loro conoscenze un pò più in là della cinta alpina.








