In attesa dell'evento del prossimo 5 febbraio, revival di quando al Teatro comunale di Todi si esibivano Mina, Celentano, Morandi, Peppino Di Capri e tante altre star dell'epoca

Martedì 5 febbraio il Teatro Comunale di Todi tornerà ad ospitare il “Veglionissimo dell’Umbria”, evento assai in voga negli anni ’60.
Con l’occasione riproponiamo un articolo pubblicato sul TamTam del novembre 2002, nel quale Luigi Foglietti forniva un affresco di quei lontani festosi frangenti, lanciando già allora l’idea di riproporre l’iniziativa, poi effettivamente ripresa quest’anno dal comitato organizzatore di
Carnevalandia con il patrocinio dell’Amministrazione comunale.

Perchè no? Perchè non riproporre a Todi il Veglionissimo dell’Umbria che tanto contribuì al divertimento di tuderti e non, e dette una certa notorietà alla città, quasi una cinquantina di anni fa, trasformandola in uno dei palcoscenici più ambiti ed esclusivi della musica leggera di allora?
I “favolosi anni ’60”, secondo una ormai abusata definizione, rappresentarono per la musica, ma non solo per quella, un periodo felice e spensierato. Soprattutto per quelle generazioni che, nate a cavallo del secondo conflitto mondiale, erano nel pieno del giovanile ardore.
Le nuove canzoni, dai ritmi terzinati e sincopati, che prendevano il posto dell’ormai superato bel canto romantico melodico all’italiana, furono colonna sonora della crescita economica e dello sviluppo della società che si stava leccando le ferite della guerra.
I primi giradischi portatili, i primi microsolchi a 45 e 33 giri di vinile, più economici, maneggevoli e tecnicamente validi dei vecchi fragili 78 giri, portarono nelle case le voci delle generazioni dei cantautori “urlatori”. Cominciarono ad esplodere i ritmi che si potevano vedere solo in televisione, nella scatola magica che trasmetteva solo poche ore al giorno e rigidamente in bianco e nero.
Ma a Todi, grazie ad una famiglia di imprenditoria a cui quella musica piaceva, quei miti erano a portata di mano. Dal successo che riscuotevano quelle esibizioni si può dire che la città divenne in quel periodo uno dei pochi poli di attrazione per quasi tutta Italia, tant’è che qui venivano da Venezia, Trieste, Milano, Torino, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Roma… per poter avvicinare i nuovi cantanti.
Proseguì così la tradizione del Veglionissimo dell’Umbria che aveva preso le mosse negli anni ’50 con il Marchese Tedalti Astengo e, a seguire, organizzato dalla Tedas, un marchio industriale dei fratelli Angelo e Mario Carbonari, per tutti gli anni ’60 con la proposta del big di turno che veniva ingaggiato, dopo rincorse per i rari locali “in” dove si esibiva l’estate, come La Capannina a Focette, La Bussola di Forte dei Marmi o l’Eden Rock di Gabicce.

Quell’appuntamento divenuto di cartello l’ultimo giorno di carnevale richiedeva un anno di preparazione. Funzionava anche come ballo per debuttanti in società quando, con il primo abito da sera lei o con il ricercato smoking lui, intorno ai diciotto anni, facevano il loro ingresso al Teatro Comunale, tradizionale sede del Veglionissimo, guardati a vista dalle mamme in trepidazione sui palchetti.
Ingresso nel foyer tra un’ala di curiosi che stazionavano fuori per ammirare le toilette, gli ultimi frac in circolazione, le rare ma originali maschere, e contare i più di mille partecipanti. Nel complesso c’era di che essere coinvolti.
Durante il veglione poi, guerre di coriandoli a quintali e cene favolose sui palchetti, sui salottini aperti nei corridoi di accesso agli stessi o al Circolo Tuderte, all’epoca ospitato nel Ridotto del Teatro e raggiungibile dall’interno. Per non dire dei tanti amori sbocciati al ritmo delle nuove musiche.
Chi scrive ebbe modo all’epoca, all’inizio non ancora ventenne, di essere parte dell’organizzazione – insieme ai due patron, Guido Gagliardini e Domenico Mammoli – di alcuni di quei veglioni di cui ancora mantiene alcuni ricordi aneddotici, come quelli che videro protagonista don Marino Barreto Junior nel 1960.
Il colored cubano, un mito per i tempi, arrivò a Todi nel primo pomeriggio
e lo trascorse sdraiato sul lettino del dentista per un forte mal di denti che lo aveva colpito. A furia di analgesici si rimise in forma pochi minuti prima della serata, sicuramente quella che vide la maggior affluenza di pubblico in assoluto, più di 1.300 persone, tanto da paralizzare il flusso delle coppie di ballerini e, cosa si ripeteva ogni anno, sospensione del ballo in platea e sguardi fissi sull’artista.

Nel 1961 il magico sax di Riccardo Rauchi che con la sua orchestra incantò e appagò i romantici del guancia a guancia. Nel 1962 altro pienone con presenze da tutta Italia: sul palco un giovanissimo e pimpante Peppino di Capri alla scalata del successo. Complesso arrivato in mattinata agli ordini del noto chitarrista perugino Cenci. Lui, Peppino, irriconoscibile con valigetta da emigrante, arrivato nella direzione del Teatro nel tardo pomeriggio, dopo aver viaggiato con la Ferrovia Centrale Umbra. Ai presenti increduli disse: “Sono Giuseppe Faiella”, “chi?”, “o’ cantante!”.
Il turno di Tony Dallara, il re degli urlatori, arriva nel 1963. Problemi di sartoria per una giacca che aveva perduto uno strano bottone, poi a voce piena “Come prima”. Il 1964 è l’anno da ricordare per la presenza di Adriano Celentano. Accompagnato dai suoi Ribelli, il complesso del Clan, e da Claudia Mori, incinta in attesa della prima figlia. Lei non abbandonò mai il palco 12 dal quale seguì l’esibizione di Adriano con apprensione per un malessere del “molleggiato” che ad ogni intervallo era atteso dietro le quinte da un medico. Malgrado ciò si scatenò sui “24000 baci”. Successo pieno senza che alcuno si accorgesse di nulla.
Nel 1965 divertente esibizione di Edoardo Vianello, insieme ad un complesso eccezionale, i Flipper, che contava quali componenti gente come l’allora magrissimo e sconosciuto Lucio Dalla, Massimo Catalano e Fabrizio Zampa.
Nel 1966 ancora un mito: Mina. Affascinantissima, bellissima, elegantissima, bravissima. Sergio Endrigo è il protagonista del carnevale 1967. L’anno dopo un intraprendente Jonny Dorelli prima di cantare occupa la direzione del Teatro per una telefonata caldissima e lunghissima alla sua fiamma dell’epoca, Catherine Spaak.

Nello stesso anno, il ’68, si tentò l’esperimento per un Veglionissimo di Capodanno. Premesse buone, interesse dimostrato dalle tantissime prenotazioni da tutta Italia, ricerca di un cantante all’altezza. Scelta su Gianni Morandi. Di meglio e di più non si poteva.
Ma Morandi non dà la disponibilità. Allora si mette sotto contratto Don Backy, altro big. Improvvisamente Morandi torna sui suoi passi. Telefona ed annuncia che può essere a Todi per il 31 dicembre. La decisione viene rapidamente presa: ok al nuovo evento e al cast d’eccezione.
Un Veglionissimo da sballo, con prenotazioni da rifiutare perchè superavano la capienza del Teatro. Sotto Natale però nevica. Gelata memorabile. Fioccano le disdette. Le poche centinaia di coraggiosi che arrivano al Teatro comunque non dimenticheranno mai quella serata che dette tanto ai partecipanti, ma che costò carissimo all’organizzazione. Morandi capisce le difficoltà e si offre: “torno a carnevale”. Così fu. E ritornò ad essere successo.
Qui la storia del Veglionissimo dell’Umbria si interrompe. Qualche timido tentativo di imitazione mal riuscito negli anni successivi. Poi i tempi e le mode sono cambiate. Chissà se sarà possibile far rivivere quei momenti?

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