Alla luce dell’allarme lanciato negli Stati Uniti sull’elevato tasso di mercurio riscontrato in alcune specie ittiche a New York, dove sono stati scoperti livelli di metallo fuori norma soprattutto nel sushi, con oltre 8,1 microgrammi a porzione, un suggerimento che arriva dal Cnr.
Sì a un menù a base di pesce, ma limitare le specie di grossa taglia a una volta alla settimana.
Tutto dipende dalle quantità, provenienza e specie del pesce consumato.
Il mercurio si accumula soprattutto nei predatori di grossa taglia e proviene dall’inquinamento industriale riversato nell’acqua, ma anche dall’andamento climatico (nell’ambito delle Nazioni Unite, il Cnr sta lavorando per mettere a punto un protocollo di intesa tra tutti i paesi in modo da ridurre la presenza del metallo in atmosfera).
Il mercurio può portare alterazioni nello sviluppo cerebrale dei bambini e, a un livello più alto, alterazioni neurologiche e cardiovascolari negli adulti, ma solo se ingerito in quantità massicce e non certo in una porzione di pesce.
A stabilire il livello di metalli presenti nelle parti commestibili dei prodotti ittici, è l’Unione Europea con il Regolamento n. 221/2002, che prevede un quantitativo massimo di mercurio di 0,5 milligrammi per kg di prodotto fresco, ad eccezione di alcune specie come il tonno, la palamita, il pesce spada, l’anguilla, il branzino, lo scorfano e il luccio, dove è tollerata la presenza di 1 milligrammo di mercurio per kg, perchè sono all’apice della catena alimentare e si nutrono con grossi quantitativi di altri pesci che potrebbero avere nelle loro carni tracce di mercurio.
I parametri stabiliti dall’Ue tutelano i consumatori, afferma la Lega Pesca, anche perché per incidere seriamente sulla salute, occorre mangiare 35 kg di pesce l’anno e solamente delle specie che toccano i massimali di mercurio.
Ma gli italiani non sono grandi consumatori di pesce ed i molluschi fanno la parte del leone.
Una cosa è certa: il pesce nella dieta non deve mancare; è bene quindi, consiglia infine Pirrone, prediligere pesci piccoli, come sardine e alici di cui l’Italia è ricca, che tra l’altro costano anche meno di tonni e pesce spada.
Ma il limite di 35 Kg anno potrebbe essere vicino per molti se è vera la notizia che, crescono in Italia produzione, consumi e import.
Un anno positivo il 2006 anche per i consumi di pesce, con una media pro capite di 22 chilogrammi, in aumento del 2,8% rispetto al 2005.
Il settore ittico in Italia resta però fortemente dipendente dall’estero.
Le importazioni di pesce, molluschi e crostacei hanno oltrepassato nel 2006 le 900.000 tonnellate, registrando un aumento del 3,4%.
Il grado di autoapprovvigionamento, dato dal rapporto tra la produzione interna e i consumi nazionali, è comunque leggermente migliorato per l’aumento della produzione nazionale, raggiungendo nello stesso anno il 41,5%.








