I dati delle associazioni dei consumatori e della Banca d'Italia lanciano l'allarme: se non si riequilibra in modo più equo la distribuzione dei redditi l'Italia è destinata a bloccarsi e tornare indietro con gravi rischi per la stabilità sociale

Uno studio condotto da Adusbef e Federconsumatori, quantifica in più di 9 mila euro  quanto è stato sottratto alle famiglie che vivono di lavoro dipendente dal 2002 al 2008.
In pratica è come se per 8 mesi e mezzo, nel periodo, un lavoratore abbia prestato la sua opera solo per far fronte agli effetti derivati dallo spostamento verso le rendite di una quota rilevante del Pil nazionale sottratto al lavoro.
Sono cinque anni in cui si è pensato che il solo sostegno al sistema industriale, sia dal punto di vista economico che normativo, bastasse a sostenere la competitività del “sistema Italia” di fronte agli effetti della globalizzazione.
Ma ciò non è stato sufficiente, perché in un sistema di vasi comunicanti, dall’estero si importano anche bassi salari e condizioni di lavoro peggiori.
Di conseguenza si è creato un miscuglio di precarietà dell’occupazione e bassi salari che non può che deprimere la domanda interna e diventare ” esplosivo”anche sul piano sociale.
Un apporto di consumi interni è fondamentale per sostenere le imprese nazionali, che adesso si sono accorte del problema creato dalla miopia loro e dei governi.
Ed adesso strepitano per far aumentare i salari anche se, con la “vista” che si ritrovano, vorrebbero aumentarli a scapito di quella quota di servizi pubblici che per i lavoratori equivale a vero e proprio salario.

Trasferire quote di spesa pubblica improduttiva ai salari sarebbe sicuramente utile
; il rendimento non sarebbe del 100%, perché diminuendo la spesa delle pubbliche amministrazioni, qualcuno (lavoratori ed imprese) ne soffrirà, ma il risultato sarebbe comunque positivo. Ma individuare la spesa improduttiva e ridurla non è cosa che si possa fare in pochi giorni o anni.
Quindi se l’operazione si risolve solo in una diminuzione dei servizi per la collettività resi dalle pubbliche amministrazioni, l’aumento dei salari sarà solo apparente, perché contemporaneamente la spesa delle famiglie, per i servizi pubblici tolti, aumenterà a favore del sistema privato, che sarà il solo beneficiario dell’operazione. Occorrerà quindi porsi finalmente il vero problema: il sistema delle imprese lucra troppo, nelle condizioni attuali, nel sistema dei prezzi.
E’ questo l’unico modo per recuperare quella stangata da 9.335 euro: quanto, dal 2002 al 2008, le famiglie di lavoratori dipendenti devono sopportare in termini di rincari di prezzi e tariffe.
Considerando che, in Italia, le famiglie di lavoratori dipendenti sono 18 milioni, si tratta dicono le associazioni dei consumatori di “una rapina da 137,4 miliardi di euro” nel 2002-2007. Per il 2008 gli aumenti previsti da Adusbef e Federconsumatori ammontano a 1.700 euro.

Le due associazioni dei consumatori, sono convinte che “la politica, troppo attenta alle corporazioni, si dovrebbe occupare più di lavoratori e pensionati, arrivati alla bancarotta non solo a causa di cicli di recessione economica ma anche per precise responsabilità… di Governi strabici, che hanno perso ogni contatto con la dura realtà delle famiglie”.
Secondo Adusbef e Federconsumatori, nel 2002 ad avviare la situazione è stato l’arrivo dell’euro; un arrivo che, anche qui per un sistema di “vasi comunicanti”, ha determinato i rincari di prezzi e tariffe allineandole al livello più alto esistente nel nuovo mercato europeo creato dalla moneta unica, mentre lo stesso travaso non si è verificato nei livelli retributivi erogati dalle imprese nazionali.
Un’operazione,
quella del sistema produttivo italiano, compiuta in sostituzione di quella che facevano fare in passato: la svalutazione della lira.
Se non si pongono ripari sarà tutto il sistema nazionale a soffrirne.
Già ora servirebbero, secondo una indagine della Banca d’Italia 12 anni di salario per acquistare una casa. Una spesa maggiore del 43% sulla situazione ’95 quando di anni ne bastavano 8,4.
Il Paese, anche in questo caso, sembra sempre più spaccato a metà: se il 12,1% delle famiglie italiane ha anche una seconda abitazione, sostenere un mutuo sotto i quarant’anni diventa sempre più difficile, con un quinto del reddito disponibile assorbito dalla rata, se la famiglia è composta da più persone con reddito.
Ma se siamo in presenza di single, lo stipendio medio percepito non riuscirebbe neppure a coprire il costo di un “camera e cucina” preso a mutuo per 50 anni.
Quindi vale poco lamentarsi che i “bamboccioni” rimangono in famiglia: meglio la casa dei genitori, che votarsi al digiuno per quarantanni per farsi una propria abitazionee poi una famiglia o vedere svanire il 60% del magro salario in affitti.

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