Un mare di rifiuti grande due volte gli Stati Uniti galleggia sul Pacifico, mentre i deserti marini e terresti coprono ormai il 50% del pianeta

Presto succederà anche al “mare nostrum” e nessuno potrà dire di non essere stato avvertito per tempo
Un “minestrone galleggiante” di plastica grande quasi il doppio degli Stati Uniti galleggia nell’Oceano pacifico, tenuta insieme dalle correnti sottomarine, che cresce a un ritmo vertiginoso e che costituisce di fatto la più immensa discarica del mondo.
L’isola galleggiante, scrive l'”Independent”, inizia 500 miglia nautiche al largo della California, attraversa il Pacifico meridionale, oltrepassa le Hawaii e arriva fin quasi al Giappone.
L’oceanografo americano Charles Moore, che l’ha scoperta, la chiama “la grande massa di immondizia del Pacifico” o “il vortice di spazzatura” e ne valuta il contenuto in 100 milioni di tonnellate.
Si, sono proprio rifiuti quelli che hanno ricoperto nel mare una estensione doppia di quella dell’America di Bush ma non è detto che vengano solo dalle Americhe o dagli altri continenti che si affacciano sul Pacifico: anche noi potremmo essere tra i responsabili, aiutati dall’andamento delle correnti.

Quando “il minestrone” si avvicina alla terraferma, come è accaduto alle Hawaii, le conseguenze sono gravi.
“La massa di rifiuti rigurgita pezzi e le spiagge si coprono di un tappeto di plastica”. Il “minestrone” è fatto in realtà di due parti collegate che stazionano ai due lati dell’arcipelago delle Hawaii, chiamate Massa di rifiuti occidentale e orientale.
Un quinto circa della spazzatura – dove si ritrovano palloni da football e kayak, mattoncini del Lego e buste di plastica – è gettato dalle navi; il resto viene dalla terraferma. Siringhe, accendini, spazzolini da denti si ritrovano nello stomaco di uccelli morti, che li hanno ingoiati credendo che si trattasse di cibo, e finiscono nella catena alimentare. “Quello che cade nell’oceano finisce dentro questi animali e alla fine sbarca nel nostro piatto”.

Questo dell’acqua coperta di spazzatura non è che l’aspetto più appariscente da un problema molto più grave, soprattutto se si pensa, come molti scienziati, che il mare sia stato e sia la “culla della vita” dell’uomo.
Il satellite della Nasa “SeaWiFs” ha calcolato che dal ’96 a oggi le superfici marine prive di vita sono aumentate del 15%: l’equivalente di 6,6 milioni di chilometri quadri in più.
Tra acque e terre emerse, i deserti coprono ora il 40% della superficie del pianeta.
“Abbiamo osservato questo fenomeno in tutti i grandi oceani” spiega Jeffrey Polovina del National Marine Fisheries Service statunitense, autore di uno studio sulla salute degli oceani in via di pubblicazione sulla rivista Geophysical Research Letters.

Il fenomeno del riscaldamento delle acque superficiali che blocca la circolazione delle correnti e lo scambio di sostanze nutritive tra gli strati dell’oceano non è scoperta di oggi. “Ma nessuno dei nostri calcoli aveva previsto un progresso così rapido.
Negli ultimi 9 anni i deserti marini si sono estesi con una rapidità 10 volte superiore al previsto”. Nei mari italiani la situazione è ancora più grave: “L’estensione delle aree desertiche nel Tirreno e nell’Adriatico si aggira intorno al 20%” spiega Silvio Greco, ricercatore dell’Icram, Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare. “L’interruzione della circolazione dell’acqua agisce su un ecosistema già compromesso da pesca eccessiva e inquinamento”.

La mancanza di inverni rigidi impedisce all’acqua di superficie di raffreddarsi e quindi di sprofondare verso gli strati bassi degli oceani. Dagli abissi, normalmente, è l’acqua tiepida a risalire, portando in superficie i nutrienti di cui è ricca.
La decomposizione degli organismi marini riempie infatti i fondali di sali come nitrati e fosfati: sostanze che negli abissi sono destinate a rimanere inutilizzate, mentre in superficie, unite al calore e alla luce del sole, permettono alla fotosintesi clorofilliana di innescarsi all’interno di alcune minuscole alghe unicellulari. Ed è proprio con la trasformazione di sostanze inorganiche come i sali in elementi organici che ha inizio il fenomeno della vita.
La morte dei mari non è priva di gravi conseguenze per il genere umano. Una delle strategie escogitate per combattere l’effetto serra consiste proprio nell’aumentare la popolazione delle alghe unicellulari, gettando ferro e altri sali nutrienti nell’oceano.
Accelerando la fotosintesi clorofilliana, infatti, gli scienziati sperano di aumentare l’assorbimento di anidride carbonica da parte delle alghe, ripulendo l’atmosfera dal gas serra che rimane l’indiziato numero uno per il fenomeno del riscaldamento climatico. Ma “no alghe no vita” come prossimamente dirà un spot per invitarci tutti a non andare al mare.

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