Ad Orvieto il Comune si ricompra il vecchio nosocomio, mentre a Castello lo stabile è nel degrado: è tempo che la città di Jacopone cominci a pensare a come "risarcire" il centro storico della perdita

“Strategie di valorizzazione dei patrimoni pubblici presenti ad Orvieto: acquisizione al patrimonio comunale del complesso ospedaliero dismesso di Piazza Duomo – approvazione”. E’ quanto figura all’ordine del giorno del Consiglio comunale di Orvieto a più di dieci anni dal trasferimento dell’ospedale cittadino nella sua nuova sede. Tanto ci è voluto per predere atto della realtà.
Ci sono voluti anni di dibattito, ma la cosa sembra adesso essere definita e alla Regione Umbria, che è proprietaria dell’immobile verrà tolta una patata, perchè gli ospedali dimessi “tutti li vogliono, ma nessuno li prende”. Questo è quello che è accaduto ad Orvieto, dove oltretutto la struttura ha una collocazione eccezionale ed un grosso parco a servizio.

Ma Orvieto non è un caso isolato, visto che anche a Città di Castello il vecchio nosocomio cittadino è agli onori della cronaca per incuria, fatiscenza e mancanza di prospettive concrete circa un possibile riutilizzo dell’immobile
A denuciarne lo stato di degrado è un’interpellanza del consigliere regionale Andrea Lignani Marchesani, il quale arriva a parlare di sottrazione di arredi, apparecchiature e suppellettili lì abbandonate, di vecchie cartelle cliniche lasciate alla mercè di tutti (con i connessi problemi di privacy) e di uno stabile diventato addirittura ricovero notturno di immigrati.
A destare preoccupazione sono soprattutto le incognite sulla sua futura destinazione d’uso, incognite legate anche in questo caso alla proprietà della Regione che ha acquisito lo stabile per circa 4,7 milioni di euro (ma che all’Azienda sanitaria locale non avrebbe fatto pervenire ancor alcuna risorsa).

Simili situazione rischiano di ripetersi a Todi, soprattutto se la “politica” locale non si attiverà per farsi parte attiva di una soluzione che eviti di far diventare via Matteotti un deserto di giorno e di notte.
Non molte saranno le soluzioni praticabili, visto che difficilmente un privato possa vedere negli stabili, metà dei quali vincolati quali beni architettonici, un’affare da perseguire, se non a “regalo” o comunque con ampia libertà di destinazione per valorizzare e monetizzare subito l’investimento, senza doversi porre troppi problemi  sulle esigenze di rivitalizzazione della zona.
Il Comune dovrebbe considerare che con l’allontanamento dell’ospedale il centro storico perde un valore aggiunto rilevante, in termini di persone che giornalmente vi accedono. Quindi è l’intero centro storico che deve recuperare funzioni e non sono convenienti operazioni di mero trasferimento da altre parti del centro di attività già esistenti.

Ci vuole qualche cosa di nuovo e molto attrattivo e difficilmente questo può rientrare nei programmi dei privati a meno che, come in parecchi centri delle Marche, non si trovi chi, pur non pubblico, ritenga di continuare la tradizione sanitaria del luogo con attività specialistiche di nicchia con valenza interregionale.
In ogni caso, le esperienze di Orvieto e di Città di Castello, dimostrano come la questione debba essere gestita localmente, perché l’interesse regionale prevalente è solo quello di realizzare dalla vendita i fondi necessari per il nuovo ospedale.
Se qualcuno pensa che il discorso sia prematuro, dimostra probabilmente scarsa lungimiranza. Basti vedere a che punto sono i lavori del polo unico di Pantalla nonchè riflettere sul fatto che il 1 marzo verrà inaugurato l’ospedale “gemello” di Branca, fra Gubbio e Gualdo Tadino, la cui prima pietra venne posta il 1 ottobre 2004. Neanche quattro anni fa.

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