La notizia, pur essendo noto il fallimento delle sue iniziative economiche, ha colto la città di sorpresa: la vicenda risale ormai ad alcuni anni fa ma ha lasciato lunghi strascichi e potrebbe avere ulteriori sviluppi
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La notizia dell’arresto dell’imprenditore di Todi per bancarotta fraudolenta e truffa aggravata ha suscitato grande impressione in città, dove in pochi hanno identificato subito le aziende e le persone protagoniste della vicenda, da tempo archiviata nella memoria dell’opinione pubblica ma non di coloro – imprese agricole, fornitori e dipendenti – che ne rimasero all’epoca coinvolti e molti dei quali sono ancora alle prese con dei tentativi legali di recupero dei crediti.
Anche persone in passato professionalmente vicine all’ex imprenditore o che in qualche modo hanno avuto rapporti stretti con lui sono state colte di sorpresa, tanto che per alcune ore sono state avanzate congetture diverse, poi smentite dai dettagli sempre più circostanziati sulle attività svolte.

L’uomo, peraltro, ha ricoperto incarichi di primo piano a livello locale e regionale in organizzazioni di categoria ed in associazioni di produttori, nonchè in un passato più lontano anche di tipo politico-istituzionale a Todi.
Pure in tali ambienti la notizia è arrivata in modo inaspettato e deflagrante, non perchè non fossero noti i passaggi che avevano portato al fallimento della sua ambiziosa avventura imprenditoriale, quanto piuttosto perchè si riteneva chiusa la vicenda o almeno conseguenze così devastanti. Vicenda che, invece, potrebbe riservare ancora degli sviluppi, visto che l’inchiesta, partita due anni fa e coordinata dal PM della Procura di Perugia Claudio Cicchella, vede indagate altre due persone, sulla cui identità circolano anche in questo caso possibili indiscrezioni.

Difficile ricostruire con linearità gli incastri fra le diverse aziende (si parla di 5-6) facenti in un modo o nell’altro all’imprenditore (due di queste, ad esempio, avevano pressochè lo stesso nome composto da due parole semplicemente invertite), ma al centro vi sarebbe stata una srl pubblico-privata, quella già fallita, che vedeva la partecipazione per il 49% di società finanziarie di emanazione pubblica.
Solo il capannone industriale di Pantalla, avente una superficie di circa 4.000 mila metri quadrati, avrebbe comportato un investimento di circa 1,5 milioni di euro, cofinanziato con contributi regionali e comunitari a fondo perduto. Ma l’impresa, pur realmente avviata, non sarebbe mai decollata (nonostante l’approccio tentato o avviato anche con la grande distribuzione organizzata), come testimoniato dal fatturato conseguito.

L’aggravarsi delle difficoltà economiche aveva portato a metà del 2004 alla cessione in affitto di un ramo d’azienda, quello della lavorazione e confezionamento in vaschetta di ortaggi e frutta (la cosiddetta “quarta gamma”), ad una società del sud operante nel settore, atto che avrebbe dovuto precedere l’acquisizione.
Per l’altra parte dell’attività, ovvero la gestione del fresco, si ipotizzò invece il coinvolgimento di una cordata di coltivatori locali associati, poi non concretizzatosi. Ed è a questo periodo che risalirebbe il sostegno accordato dalle finanziarie regionali, finalizzato anche alla salvaguardia dei livelli occupazionali (all’epoca di parlò di una venticinquina di persone).
Ma qualcosa non funzionò e, saltato anche il possibile ingresso di un altro imprenditore che stava effettuando nel territorio ingenti investimenti tra loro collegati per sviluppare una filiera agroalimentare, sarebbero cadute le ipotesi di salvataggio, con l’apertura delle procedure giudiziarie che hanno portato all’arresto e che promettono forse ulteriori sviluppi.

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