Col passare del tempo il fascismo si faceva più accanito. Decisero che in ogni provincia doveva nascere una fanfara. Allora i capi di Perugia si sono informati, non si sa come, per sapere i nomi dei musicanti più bravi che facevano parte delle varie bande della provincia.
Nel luglio del 1937 io ero a Castiglione della Valle con mia mamma Giulia dai nostri parenti a trebbiare il grano. Naturalmente da Spina a Castiglione eravamo andati a piedi. Quando era tempo di trebbiatura ogni famiglia veniva aiutata da tutti i parenti. Si radunavano anche 40 o 50 persone. Le donne aiutavano in cucina, gli uomini nell’aia. Io stavo con la forca a ributtare la paglia che ricadeva dal pagliaro.
A un certo punto ho visto due persone vestite diversamente da noi. Mi hanno chiamato e fatto salire in una camionetta senza dire niente a nessuno. Mi hanno chiesto dove stavo di casa. Di calzoni avevo solo quelli che portavo, però ero scalzo e allora mi hanno detto, una volta arrivati a casa: “Vai a mettere le calze, ti diamo cinque minuti”. Io le ho messe, anche se erano rotte. Sono risalito sulla camionetta e siamo andati a Marsciano. Lì hanno visto quello che cercavano che spingeva una carretta con il cemento. Anche a lui la stessa frase: “Vai a casa, hai solo cinque minuti”. Poi siamo passati per altri cinque o sei paesi che non conoscevo e quindi ci hanno portati a Perugia dove ce n’erano già degli altri.
Ci hanno vestiti tutti da fascisti e poi ci hanno dato da mangiare e abbiamo dormito a Perugia. Il giorno dopo abbiamo iniziato a fare le prove. Ci hanno consegnato gli strumenti tutti nuovi. Ma non erano di ottone come quelli delle bande paesane, ma nichelati. Molto belli. A me mi hanno dato una tromba. I “panni” mi stavano grandi perché ero piccolo anche di statura e magro. Avevo 16 anni e portavo i calzoni corti. Con questi calzoni lunghi e troppo grandi ci stavo male. A me mi hanno fatto la tessera da fascista falsa perché ero minorenne. Dovevamo diventare una Fanfara.
Dopo parecchi giorni ci è venuto all’orecchio, sempre in segreto, che alcuni nostri familiari erano venuti a Perugia a piedi a cercarci, perché non sapevano dove ci avevano portati. Abbiamo provato per alcuni giorni, dalla mattina alla sera, senza mai tornare a casa. Anche se fosse stato possibile, come avremmo fatto? Quando cominciammo a prendere verso ci hanno fatto tornare a casa con l’impegno di continuare a fare le prove. Qualche volta suonavamo al corso a Perugia. Qualche mese dopo, credo fosse l’aprile del 1938, ci hanno detto che avremmo suonato per l’arrivo di Hitler.
Con un treno ci hanno portato a Roma. Ricordo bene il nome dell’accampamento che era il campo di aviazione Centocelle. Ad ogni gruppo di quattro ci hanno consegnato una tenda e una coperta a testa. La tenda era piccola e quando pioveva, lo faceva tutte le notti, l’acqua rimbalzava anche dentro e poi entrava anche da sotto. Qualche notte sentivamo l’acqua sotto la schiena.
A Centocelle avevano costruito un grande palco con tanti scalini per ospitare il Duce e Hitler. E così il giorno della festa, in assetto di guerra, erano schierati tanti carri armati, camionette, macchine per ufficiali, cannoni, mitraglie, mortai. Insomma ogni sorta di armi e poi tanti aeroplani. Ricordo anche che un aliante, quello senza motore, è caduto in mezzo alla gente, però non è successo niente.
Le fanfare erano vicine al palco. Io ero in prima fila perché ero piccolo e il Duce e Hitler erano a meno di dieci metri da dove stavo io.
Eravamo tanti musicanti e cioè 52 fanfare da circa 20 o 30 elementi per fanfara. Mi ricordo bene come si chiamava il maestro che dirigeva. Era tedesco e si chiamava Blanch. Nella giacca avrà avuto un canestro di medaglie. Era già piazzato sulla sinistra del palco aspettando loro due per intonargli l’inno “Giovinezza”.
Il palco era grande come una grossa nave e sembrava tutto di marmo. Invece dicevano che era di carta pesta, ma era bellissimo.
I due grandi sono saliti da dietro. Prima si è visto il Duce, che era molto più alto, e poi Hitler. Si sono messi vicini. Il Duce era robusto e alto con la testa molto grossa. Hitler più basso, più magro con la testa piccola. Appena sono saliti salutavano e ricevevano urla, applausi. Addirittura c’era della gente che sembrava uscita dal manicomio.
Mentre suonavamo l’inno sono partiti tutti girando il campo e sparando dai carri armati, dai cannoni e dalle mitragliatrici. Tutti schierati a perfezione con muli, cavalli, altre macchine e poi si sono alzati in volo tanti aeroplani volando molto basso.
A vedere e sentire era una cosa impressionante. Eravamo tutti mezzi storditi. I mezzi da guerra erano tante file. Sparavano e camminavano a pari passi dritti e precisi. Questo inferno è durato circa due ore. Poi tutto è finito.
Il giorno dopo ci hanno invitato per andare a Firenze e Genova. Sempre la solita storia per far vedere a Hitler quante armi aveva l’Italia nelle varie città. Però quelli più esperti di me dicevano che erano sempre quelle. Poi per Firenze e Genova non ci hanno forzato.
Noi tre di Spina, uno era un certo Carletto morto nel 1964 e l’altro Osvaldo, il capo del Conad ancora vivo, abbiamo deciso di tornare a casa.










