Il lavoro è emancipazione, è sviluppo, è crescita morale, civile ed economica. Di lavoro si deve vivere, non morire.
E’ questa la vera battaglia: non con la demonizzazione del datore di lavoro, né con la conflittualità, tutta da dimostrare, degli interessi tra imprenditori e lavoratori, si combatte a favore della sicurezza nei luoghi di lavoro. Quanto, piuttosto, con una forte e quotidiana azione culturale tesa a ritrovare il valore intrinseco del lavoro, pur nelle mutevoli sfaccettature in cui esso si realizza oggi.
La “cultura del lavoro” deve tornare ad essere al centro delle riflessioni, piuttosto che andare alla ricerca di improbabili e sproporzionate punizioni, indice di una malcelata volontà di repressione, piuttosto che di una sana e concreta scelta di prevenzione, attuata con l’informazione e la formazione, sia generale che specifica a ruolo rispetto alle varie sfaccettature del problema.
Ma invece che scendere nel particolare a criticare un testo legislativo ancora grezzo ed informato ad esigenze non del tutto collegate all’argomento (perché l’improvvisa accelerazione alle viste delle prossime elezioni?), è opportuno riflettere sui principi basilari su cui si dovrebbe ancorare un “modello di attività lavorativa”, per capire da dove si potrebbe partire per ottenere un diffuso e omogeneo idem sentire rispetto all’argomento.
Partiamo dallo schema che le OO.SS. hanno portato all’ultimo convegno sulla sicurezza. I principi enunciati erano: sicurezza, legalità,qualità del lavoro, continuità del lavoro. In tema di sicurezza, è necessario un percorso culturale che parta dal rispetto del valore della vita.
Bisogna ripartire dalla famiglia e dalla scuola, per ricostruire un valore che è andato perduto nei suoi significati più profondi. Il mordi e fuggi ha preso il posto della costruzione quotidiana del proprio futuro, e dunque del significato della vita e con esso quello della famiglia, che ha perduto moltissimo del suo insostituibile ruolo di luogo della creazione dei valori primi.
E che dire poi della scuola, non più legittimata ad essere la creatrice della qualità della risorsa umana, selezionando eccellenze con i principi di quella meritocrazia che oggi pian piano si sta facendo strada nella coniugazione di quella competitività territoriale cui ci costringe la globalizzazione.
Ricreati questi valori essi vanno difesi con impianti legislativi che prevedano ulteriori affinamenti formativi e informativi, prevedendo premialità e punizioni, garantendone la certezza e la tempestività, cose che mancano moltissimo in Italia, spesso non più ricercata dagli investitori esteri proprio per questi motivi.
La trasparenza dei processi produttivi, voluti da diverse leggi, resta in Italia una parola vuota: pensiamo solo alle leggi sulla subfornitura o a quella degli appalti pubblici.
La legge sulla subfornitura, che rendeva visibili e concordate le relazioni tra impresa committente e subfornitrice, non è stata di fatto mai applicata: si pensi che la commissione conciliatrice presso la CCIAA di Perugia non si è mai riunita, non certo perché non ci siano controversie tra chi dà lavoro e chi lo esegue.
E che dire della legge sugli appalti pubblici, ancora nella stragrande maggioranza dei casi ancorata alla legge del massimo ribasso?
È ovvio che siffatte situazioni sono nemiche dei quattro principi enunciati (sicurezza, legalità, qualità della vita e continuità), tutti concetti che si possono coniugare anche per la stessa impresa, specialmente quelle di più piccole dimensioni.
Anche gli imprenditori muoiono insieme ai propri dipendenti, talvolta proprio per subappalti non remunerativi se realizzati con le regole; anche le imprese scontano la concorrenza sleale di quelle che non rispettano i contratti di lavoro, anch’esse sono precarie (la vita media delle imprese è di 3 anni).
Ecco dunque che gli argomenti legati alla legalità (che sembra esserci solo in alcune parti del Paese) richiamano la certezza del diritto e la sua tempestiva applicazione.
E quelli legati alla qualità del lavoro, richiamano subito i contenuti della innovazione o ricerca e della formazione a ruolo, che deve essere congiunta con la semplificazione burocratica. Non possiamo pensare che il problema della sicurezza sia risolvibile con altri moduli, certificazioni, con altra produzione di carta per intenderci.
La sicurezza dell’impresa e dei luoghi di lavoro per i titolari e gli addetti è dunque un pensiero complesso, che deve essere adeguatamente e compiutamente sviluppato, senza scorciatoie e demagogie, e senza cercare, come al solito, il colpevole, il nemico.
L’imprenditore e le sue maestranze sono dalla stessa parte del tavolo rispetto al problema dei morti sul lavoro: la società civile perde anche se ce ne fosse uno solo in un secolo. Il lavoro, l’abbiamo detto, è e deve essere un valore positivo, un bene da coltivare e da difendere, da onorare e rispettare, perché se una volta si diceva “il lavoro nobilita l’uomo”: lo pensiamo ancora? E se no, perché? Forse la demonizzazione del lavoro come disvalore va combattuta?
È per questo che occorre riportare la soluzione di questo problema all’interno dell’istituzione degli Enti Bilaterali regionali. Le rappresentanze delle imprese e dei lavoratori del mondo delle Pmi artigiane e non, sedute allo stesso tavolo, non possono individuare soluzioni originali che riescono a farsi leggere e dalle istituzioni preposte alla governance della sicurezza e dagli attori economici in generale.
Un forte presidio, condiviso e partecipato dagli istituti previdenziali e assicurativi e dalle Amministrazioni locali, individuato e reso necessario dai prossimi contratti nazionali di lavoro e dalla contrattazione di secondo livello, potrebbe rappresentare invece davvero un punto fermo da cui far partire quell’azione concordata di informazione e formazione a ruolo rispetto al problema sicurezza.










