Rivoluzionato il trattamento del carcinoma mammario e fatti progressi sia nella terapia del colon retto che nel cancro al polmone

Anche in Italia si sta cercando di scoprire il tumore prima che si manifesti, perché non appena il processo inzia il tumore lascia una prova del suo attacco all’organismo, una sorta di firma genica che potrebbe essere rintracciata, con esami di laboratorio.
Addirittura esami della saliva sarebbero sufficienti, secondo una ricerca in corso in America che ha già dato ottimi risultati per una cerchia, ancora ristretta di tumori.
Già oggi, con l’analisi di un gene che favorisce il tumore al seno (HER-2 neu) – hanno spiegato gli esperti – si è rivoluzionato il trattamento del carcinoma mammario, abbattendo del 50% le ricadute della malattia. L’individuazione delle pazienti da curare con i nuovi farmaci a bersaglio molecolare mirato è la strada che sarà percorsa sempre di più.
Altri notevoli progressi sono stati raggiunti nella terapia mirata del cancro del colon retto, passando da sopravvivenze dell’ordine dei 6 mesi fino ai quasi 2 anni attuali e ulteriori avanzamenti sono stati ottenuti nel tumore del polmone, passando dai 6 mesi della terapia di supporto a 12 mesi con la terapia combinata con i nuovi farmaci.

Ma anche nuove strade sono all’attenzione del mondo scientifico partendo da due constatazioni apparentemente contrastanti che si cerca di riunificare.
Alcuni affermano che “l’infiammazione promuove i processi di formazione del cancro e di crescita del tumore”. Altri studi però si muovono nella direzione opposta e sostengono: “l’infiammazione è in grado di innescare meccanismi che possono attaccare e distruggere il tumore”.
Per Alberto Mantovani, professore di Patologia Generale dell’Università degli Studi di Milano e direttore scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas, in una recente revisione pubblicata sulla rivista Lancet, in realtà le due teorie sono entrambe giuste.

L’infiammazione “amica” del tumore è in genere di intensità moderata, simile a quella che si riscontra in alcune malattie autoimmuni e nelle infezioni croniche. Le sostanze prodotte in questi processi infiammatori, per esempio fattori di crescita o fattori che stimolano la riparazione dei tessuti, favoriscono anche la crescita e la sopravvivenza delle cellule tumorali.
Se l’infiammazione assume invece caratteristiche simili a quelle che si riscontrano nelle forme acute, scatenate per esempio da alcuni virus o batteri, il sistema immunitario attacca e cerca di eliminare il tumore.

C’è però un problema. La reazione aggressiva del sistema immunitario di fronte a un organismo estraneo è legata al riconoscimento di alcuni precisi “segnali di pericolo” che arrivano dall’ospite indesiderato, ma le cellule tumorali non presentano tali segnali e, di conseguenza, non riescono a indurre una risposta immunitaria sufficientemente forte.
Per superare l’ostacolo sono state messe a punto in laboratorio, anche grazie a finanziamenti di AIRC, molecole in grado di simulare l’infezione da parte di un microrganismo e di innescare specifici segnali all’interno del tessuto tumorale e del microambiente che circonda il tumore e quindi attivare la risposta del sistema immunitario.

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