Con spaventosa regolarità arrivano continuamente da tutta l’Umbria notizie legate al traffico della droga. Soprattutto si moltiplicano quotidianamente gli arresti di piccoli e medi spacciatori, di corrieri, quando non di individui che galleggiano in quella enorme zona grigia che sta tra il consumo personale e lo spaccio a corto raggio. La regolarità e l’ampiezza del fenomeno pongono alla comunità gravi problemi che non sempre vengono affrontati in tutta la loro complessità. E spingono ad alcune riflessioni.
Per prima cosa, sembra giusto interrogarsi sui metodi della lotta alla droga: di fronte alla continua trafila di arresti cui seguono immediate scarcerazioni, appare evidente che non è efficace una strategia di sola repressione, per quanto capillare, dello spaccio, se non è sostenuta da un’azione di contrasto delle strutture del traffico della droga, della criminalità organizzata che gestisce lo smercio su vasta scala e beneficia degli enormi profitti.
E’ insufficiente arrestare centinaia di burattini se non si vanno a cercare i burattinai nelle banche e negli uffici in cui il crimine fa affari, diventa imprenditoria, e tratta con la politica. Il traffico della droga è come un albero rovesciato. In fondo, in basso, ci sono migliaia di rami, che sono i piccoli e medi spacciatori. Tagliare quei rami è inutile: ricresceranno.
La disoccupazione, il disagio sociale, la marginalità forniranno sempre nuova manodopera al crimine. Per ogni spacciatore arrestato, ce ne sono cinque pronti ad arruolarsi. Gli unici risultati duraturi vanno ricercati intervenendo alla base dei rami, intaccando il tronco, e magari le radici. Le foglie cadono solo per spuntare di nuovo, più forti, più verdi.
Per contrastare i grandi traffici internazionali però si fa molto di meno: e anzi spesso la droga viaggia dai paesi del Terzo Mondo verso l’occidente insieme ai convogli militari delle “missioni di pace”. Le multinazionali del crimine viaggiano troppo più in alto delle impotenti forze di polizia nazionali, e la vera sorgente del traffico della droga è sempre fuori dalla portata di ogni politica di contrasto.
Secondo problema: è riduttivo e fuorviante affrontare quello della droga come un problema di ordine pubblico, come una questione di illegalità diffusa. E’ un elemento non svincolato da quello precedente: si agisce contro lo spacciatore, che spesso è un immigrato (a causa delle sue condizioni materiali, non certo per una maggiore presunta disposizione al crimine da parte dello “straniero”), se ne invoca la carcerazione, ci si lamenta del degrado e ci si convince che intensificare le politiche poliziesche sia la soluzione a tutti i mali.
Così facendo però si rimuove un problema che solo in malafede si può ritenere secondario: il consumo. Si parla della droga come se esistessero gli spacciatori soltanto, e mai i consumatori. Peggio: si ha la percezione che la droga sia qualcosa che il povero ragazzo italiano è costretto a prendere dallo sciagurato spacciatore immigrato.
E’ necessario rimettere il mondo sulle gambe: innanzitutto, l’immigrato è l’ultimo anello di una catena dell’offerta spesso gestita da bianchi occidentali. E in più, l’offerta sussiste e si organizza perché esiste ed è vastissima la domanda.
Non esisterebbero spacciatori se non esistessero consumatori di droga. E il consumo di droga così capillarmente diffuso è un problema culturale e sociale, non un problema di ordine pubblico che si risolve con i poliziotti di quartiere.
Si conoscono benissimo le biografie, le condizioni sociali, lo stato di famiglia, spesso anche le facce degli spacciatori. Quasi mai conosciamo le vite e le abitudini dei consumatori, e credo che in molti si stupirebbero nel vedere le loro facce.
Conosciamo i luoghi dello spaccio: sono bui, degradati, puzzolenti, periferici. Non conosciamo però i luoghi del consumo che, soprattutto per la droga regina del momento, la cocaina, sono spesso insospettabili e lontani dal degrado cui la droga viene associata nell’immaginario collettivo.
Spostare l’attenzione dallo spacciatore al consumatore, tuttavia, non deve significare spostare la stessa criminalizzazione da chi vende la droga a chi ne fa uso, come hanno fatto i più recenti interventi legislativi. Il consumo di droga è il sintomo di un disagio, diffusissimo, amplissimo, che non può essere liquidato con l’etichetta di “reato”.
“I giovani si drogano per incultura”, scriveva Pasolini all’inizio degli anni Settanta, quando cominciava a diffondersi il fenomeno devastante delle droghe pesanti (ed è necessario mantenere la distinzione, anche dal punto di vista storico, perché altrimenti non si riesce a capire nulla dei comportamenti e dei problemi che stanno alla base del consumo).
Oggi possiamo dire che gli uomini (non più solo i giovani) si drogano anche per incultura: ma si drogano soprattutto per solitudine, per mancanza di alternative, per noia, per “divertimento”, per inseguire stati di incoscienza che gli permettano di mettere un filtro tra sé e la realtà.
E si drogano anche, come si apprende in questi giorni da una bellissima inchiesta condotta in alcune grandi fabbriche italiane, per sostenere i ritmi di lavoro, per evadere dalla schiacciante ripetitività della fabbrica, dalla impossibile solitudine del posto di lavoro.
La fabbrica è un luogo simbolico: un tempo si sognava di partire da lì, collettivamente, per creare una società diversa e più giusta. Adesso lì, nei bagni degli stabilimenti, ognuno, individualmente, cerca una via di fuga da un’esistenza insostenibile.
La droga non è un problema che riguarda solo pochi “delinquenti”. La droga scorre nelle vene stesse della nostra società, è un veleno prodotto collettivamente dal sistema in cui viviamo per anestetizzare la crudeltà dei suoi ingranaggi.
Da questo punto di vista, la repressione non solo è inefficace, ma è soprattutto ipocrita, perché è un modo di ignorare il cuore della questione.
Per quanto riguarda le droghe leggere (di nuovo: è assolutamente necessario insistere sulla distinzione), l’esempio di molti paesi europei dovrebbe spingere ad una discussione seria sulla legalizzazione, che se non altro ha il vantaggio immediato di eliminare il commercio illegale e quindi il proliferare delle attività criminali connesse alla droga.
E qui si inserisce un ulteriore problema: per molte persone (soprattutto tra i giovani) la droga è vissuta come un momento di eversione, di opposizione, di adozione di condotte di vita diverse da quelle comunemente accettate, e imposte. A mio avviso c’è un doppio errore in questa concezione di derivazione sessantottesca.
Prima di tutto perché alimentare, da consumatori, il mercato della droga significa foraggiare e assicurare sopravvivenza ad un pezzo molto importante e florido di quel “sistema” che si vorrebbe combattere. E c’è veramente poco di eversivo nel favorire gli affari dei signori della droga, che spesso sono gli stessi che lucrano sullo sfruttamento del lavoro nero, o della prostituzione, o sul traffico delle armi che servono per fare le guerre alle quali poi gli stessi consumatori “consapevoli” di droga si oppongono.
Il secondo aspetto dell’errore è di prospettiva storica. Le droghe, soprattutto quelle pesanti con in testa l’eroina, hanno fatto la loro comparsa in Italia a partire dagli anni Settanta, in un momento cioè di altissima conflittualità politica e sociale.
L’eroina si è insinuata in quel movimento globale di giovani che lottavano per cambiare il mondo e ha anestetizzato i cervelli di un’intera generazione.
La droga è stata un elemento potentissimo che dall’interno ha rosicchiato le energie di tanti di coloro che contestavano lo stato di cose esistente. E che si sono accasciati ai bordi della strada con un ago nel braccio, diventando docili fantasmi incapaci di nuocere.
Ecco quindi l’errore: non è “contro il sistema” che ci si droga. Al contrario, la società del controllo ha il suo bel vantaggio nel ritrovarsi a gestire giovani paralizzati da sostanze stupefacenti, non più padroni dei propri pensieri e delle proprie azioni.
Con un gioco di parole, si potrebbe dire che proprio la droga è stata, ed è, “oppio dei popoli”. E’ un problema che riguarda tutti e che, come suggeriva Pasolini, va combattuto con la cultura prima che con le manette.









