Il petrolio è aumentato del 500% in sei anni, mentre la produzione è di fatto stabile da tre. Questo fa sorgere spontanee alcune domande cui ha dato una risposta, sulla pagine de “Il manifesto” un astrofisico teorico presso l’Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), membro della Commissione Nazionale Cnr/Igbp (Programma Internazionale Geosfera-Biosfera).
Su più di 90 Paesi produttori, 62 hanno raggiunto il “picco” e sono quindi in calo; quelli che non l’hanno raggiunto – come l’Arabia Saudita e altri minori – non riescono ad aumentare l’estrazione in misura sufficiente a compensare.
Gli Stati Uniti hanno raggiunto il massimo per primi nel 1970. Il Venezuela ha raggiunto il picco nel ’70, così come la Libia; l’Iran nel ’74. Gran Bretagna e Novegia tra il ’99 e il 2001.
La Russia lo aveva fatto una prima volta per motivi politici (il crollo dell’Urss), poi si è ripresa, ma ha raggiunto il picco di nuovo nel 2007, senza peraltro mai raggiungere il livello precedente.
Di conseguenza, l’offerta è praticamente stabile – tra 86 e 87 milioni di barili al giorno (mbg) – mentre la domanda cresce rapidamente. Perciò il prezzo non può che aumentare.
Prezzo che aumenta perché le nuove scoperte di giacimenti sono state poche e non perché non si sia cercato.
C’è stato tutto il tempo – 20 o 30 anni – per cercare ancora. La tecnologia esplorativa è migliorata di un fattore 500 o 600 rispetto al 1963, quando venne raggiunto il “picco” delle scoperte. Si utilizzano satelliti, strutture a ologramma, infrarossi, cose che non ci sognavamo neppure.
Negli Usa, tra il ’70 e l’80, c’è stato un boom di trivellazioni, quadruplicando il numero dei pozzi. Ciò nonostante, in quella decade, la loro produzione è progressivamente calata.
Non è mancata la ricerca, ma i risultati.
- Redazione
- 3 Giugno 2008









