I tossicodipendenti in Umbria ora si possono curare a casa. Una buona notizia nel dramma della droga. Una speranza in più per i quasi 3 mila tossicodipendenti in carico negli 11 Ser.T della Regione.
Da oggi, anche in Umbria, l’affido terapeutico, cioè la possibilità per il personale sanitario addetto ai Servizi per la Tossicodipendenza di consegnare ai pazienti una quantità di farmaco sufficiente ad autogestire la terapia sostitutiva della droga, per un certo periodo di tempo, è una pratica più agevole.
E questo grazie ad un nuovo farmaco le cui caratteristiche contrastano appunto la possibilità di un suo uso improprio, rendendo così questa pratica terapeutica più sicura e praticabile.
Il nuovo farmaco è un’associazione fissa di buprenorfina e naloxone, nella quale il secondo componente fa sì che l’eventuale iniezione endovenosa del primo produca effetti spiacevoli, non rispondendo alle attese dei tossicodipendenti.
Anche in Umbria, così come nel resto d’Italia, c’è un largo consenso da parte del personale sanitario addetto ai Servizi per la Tossicodipendenza (Ser.T.) verso l’affido terapeutico. Questa indicazione deriva da un’indagine condotta da GfK-Eurisko su 186 Ser.T. italiani allo scopo di conoscere il loro orientamento verso questa pratica terapeutica.
Un primo dato evidenziato dallo studio è che, già ora, in Umbria i farmaci sono affidati in media al 43 per cento circa dei pazienti (è il dato più basso in Italia insieme alle Marche) anche se per periodi relativamente brevi.
Questa scelta fino ad oggi è stata talvolta condizionata anche dal timore che i farmaci consegnati in affido avrebbero potuto alimentare il mercato clandestino o essere oggetto di uso improprio; di particolare importanza il fatto che quasi la metà dei medici intervistati in Italia dà un giudizio molto positivo sulla possibilità di consegnare un farmaco in affido.
Un ulteriore aspetto positivo dell’affido è stato rilevato da un addetto ai lavori quale Claudio Leonardi, direttore dell’Unità operativa complessa Prevenzione e Cura Tossicodipendenze e Alcolismo, Ser.T. ASL Roma C.
“Si tratta – ha dichiaratao – di una tipica caratteristica “geografica” del mercato nero della droga. Purtroppo la vendita delle sostanze d’abuso, come l’eroina, ma anche di quelle terapeutiche oggetto di “diversione”, come il metadone, si sviluppa spesso proprio in prossimità dei Ser.T., esponendo il tossicodipendente al contatto ad alto rischio con gli spacciatori e rendendolo vittima potenziale di situazioni che, invece, potrebbe evitare assumendo la terapia a domicilio e poi restando a casa o andando al lavoro, come accade a chi conduce una vita “normale””.
Il Pianeta droga in Umbria
La fotografia della tossicodipendenza in Umbria emerge dalla ‘Relazione annuale antidroga 2007’ del Ministero dell’Interno. Nel 2006 (ultimo dato disponibile) sono stati 2859 i tossicodipendenti dell’Umbria che si sono rivolti ai Servizi pubblici per le tossicodipendenze (Ser.T). Un dato sottostimato visto che sono stati presi in considerazione 9 degli 11 Ser.T attivi in Umbria. Nel 2006 i nuovi soggetti in carico sono stati 422, soprattutto maschi. La fascia d’età più coinvolta quella tra i 25 e i 29 anni. C’è 1 minore di 15 anni, una ragazzina, tra i nuovi soggetti. Per quanto riguarda i soggetti già in carico al 2006 erano 2437, anche in questo caso soprattutto maschi. La fascia d’età più rappresentata quella degli over 40, seguita da quella tra i 35 e i 39 anni. Ci sono 3 minori di 15 anni, tutti maschi, tra i soggetti già in carico.
Parlano il farmacologo e il farmacoeconomista
Lorenzo Somaini, dell’ASL 12 Piemonte, Servizio Tossicodipendenza e Alcologia, Ser.T. 2 Cossato (BI), ha approfondito la valutazione della nuova associazione dal punto di vista farmacologico: «L’associazione buprenorfina / naloxone offre un vantaggio decisivo, perché proprio la sua particolare formulazione ne disincentiva il misuse endovenoso. Già buprenorfina sola ha ottime qualità: da uno studio condotto qualche anno fa in Francia, emerge che, a parità di pazienti trattati, i decessi da metadone – tuttora largamente impiegato nel trattamento sostitutivo – sono 6-7 volte superiori a quelli da buprenorfina. Tale differenza dipende dal fatto che buprenorfina, essendo un agonista parziale, ha un buon profilo di sicurezza e i soli decessi a essa attribuiti in Francia sono ascrivibili alla sua associazione con benzodiazepine, utilizzati entrambe per via endovenosa. E’ chiaro che un farmaco contenente buprenorfina, ma non iniettabile per via endovenosa perché associato a un’altra molecola come naloxone (che nel caso di somministrazione endovena produce un grave discomfort), abbatte ulteriormente il rischio di decesso, già molto limitato con buprenorfina sola». E consente anche un sensibile risparmio: «Uno studio pubblicato l’anno scorso sulla rivista Addiction ha cercato di quantificare il beneficio offerto dalla terapia sostitutiva con buprenorfina / naloxone» ha aggiunto infatti Somaini, «registrando un consistente risparmio già con l’affido settimanale rispetto all’accesso quotidiano ai Servizi».
Lorenzo Mantovani, Direttore della ricerca al Centro di Farmaeconomia CIRFF dell’Università di Napoli “Federico II”, ha approfondito il confronto tra i costi della terapia sostitutiva con la sola buprenorfina e con la sua associazione con naloxone. «L’analisi costo-utilità mostra una situazione di dominanza economica del farmaco di associazione nei confronti della sola buprenorfina» ha spiegato lo studioso. «Ciò significa che, rispetto a quest’ultima in monoterapia, la sua associazione fissa con naloxone riduce i costi a carico del Servizio sanitario nazionale (SSN) e, nel contempo, migliora la qualità di vita dei pazienti. Intraprendere un trattamento con buprenorfina / naloxone anziché con la sola buprenorfina determina un risparmio annuo per il SSN pari a 666,07 euro per paziente trattato. Il principale generatore di tale risparmio è costituito dal ridotto tasso di supervisione richiesto dai pazienti trattati con il farmaco di associazione, grazie all’effetto protettivo esercitato da naloxone sul rischio di “diversione”. La riduzione del tasso di supervisione favorisce e anticipa il recupero del paziente alle attività abituali e migliora la sua qualità di vita».










