I vigneti dell’Umbria dovrebbero essere costituiti prioritariamente da Grechetti e Sagrantino. E’ quanto è emerso da un convegno, svoltosi al Castello di Magione, promosso dall’Accademia Italiana della Vite e del Vino, in collaborazione con il Sovrano Militare Ordine di Malta, la Facoltà di Agraria di Perugia e il Comune di Magione, sul tema dei vitigni autoctoni umbri.
Una via umbra al vino è un percorso che dovrebbe essere fondato sui vitigni tipici dell’Umbria: di qualità, fortemente legati ai territori e in grado di coinvolgere nel vino la storia, l’arte, la cultura e il paesaggio.
“Si tratta – ha detto nella sua relazione introduttiva il professor Mario Frugoni dell’Università Cattolica di Piacenza – di andare alla ricerca in ogni regione del vitigno autoctono: un vitigno che, per definizione, dev’essere raro, localizzato e con una lunga storia alle spalle”.
E non basta, perchè, oltre a questo, il vitigno dev’essere trattato, in vigneto e in cantina, con tecniche particolari e specifiche, capaci di valorizzarlo; così come vanno curati quegli “abbinamenti” (in grado di esaltare la rarità e specificità territoriali del vitigno) con i “rituali di consumo” e la cucina locale.
Il professor Frugoni ha insistito sulla “trasparenza”, che deve ispirare l’attività di comunicazione delle cantine, soprattutto per quanto riguarda le “mescolanze ed i tagli del vino (il 96% dei vini Docg, Doc e Igt è composto di uvaggi, e solo il 4% possiede il vino in purezza), che non vanno taciuti, per non prendere in giro il consumatore”.
“I vitigni autoctoni – ha detto il professor Alberto Paliotti della Facoltà di Agraria dell’Università di Perugia – possono spezzare l’attuale predominio dei vitigni internazionali, generando importante valore aggiunto”.
Dunque vitigni autoctoni, come “grechetti” e “sagrantino”, che in Umbria – ha sottolineato il professor Gianfranco Montedoro della Facoltà di Agraria dell’Università di Perugia – sono fortemente caratterizzati, grazie a “contenuti polifenolici” (ciò che, in sostanza, dà corpo e personalità al vino, grazie a clima, terreno e tecniche colturali) “di gran lunga superiori rispetto allo scenario nazionale”.
Vini di qualità dunque che possono anche sopportare, con ciò esaltando le virtù salutari del “succo di Bacco”, se prodotti evitando al massimo la tentazione di troppe “lavorazioni”, l’eliminazione del processo di “pastorizzazione” che nella sostanza”uccide” il vino e che viene comunque utilizzato, secondo quanto confermano enologi di fama, per prodotti di bassa qualità, che magari stazionano a lungo sugli scaffali di un supermercato ed hanno, magari, economici tappi a vite.
I vini di pregio invece non vengono pastorizzati, anche perchè il procedimento, oltre in alcuni casi ad alterarne anche il sapore, non ne permette l’ulteriore invecchiamento.












