Il quadro degli inquirenti rivela "proporzioni e contorni che superano di gran lunga le aspettative di chiunque"; l'area viabilità della Provincia (ma non solo) descritta come "asservita" alle imprese coinvolte
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Lo scenario che sta venendo fuori dall’appaltopoli perugina, dopo gli arresti effettuati ieri (35 misure cautelari con 8 persone finite in carcere), va assumendo dimensioni e sfaccettature sconcertanti, tanto da lasciare supporre ulteriori sviluppi a catena, con gravi conseguenze a livello politico (stamattina si svolgerà una riunione in Provincia per assumere delle decisioni da più parti sollecitate) e sotto il profilo economico-imprenditoriale.
Le informazioni che trapelano delineano una situazione che vedrebbe i fatti al centro dell’indagine sulla corruzione negli appalti a Perugia come un episodio tutt’altro che isolato in un mare di correttezza.
Ne è convinto il Pubblico Ministero Manuela Comodi ed il Procuratore della Repubblica Miriano, solitamente molto cauto nelle “vicende pubbliche”.

Il “quadro” che via via si è andato delineando, secondo il PM, “ha assunto proporzioni e contorni che superano di gran lunga le aspettative di chiunque”, con “un sistema collaudato e consolidato da tempo immemorabile che aveva fatto maturare nei protagonisti la convinzione di una imperitura impunità”, tanto che gli indagati non usavano ‘alcuna cautela’ nelle loro telefonate, lasciando ‘tracce documentali’ come se la loro illecita condotta fosse ‘connaturata alla gestione della cosa pubblica o all’ esercizio di un’impresa’.
Un comportamento questo che sarebbe proseguito anche dopo le perquisizioni del 28 maggio (compiute anche negli uffici dei Comuni di Perugia e Città di Castello e presso la Fondazione della locale Cassa di Risparmio).

Foriero di ulteriori sviluppi è il fatto che il pm avrebbe testualmente dichiarato che “l’area viabilità (ma non solo)” della Provincia appare ”interamente asservita, con i suoi direttori, dirigenti e funzionari, al gruppo di cui facevano parte i quattro costruttori arrestati”.
In particolare uno dei costruttori in carcere, Massimo Lupini, direttore tecnico della Seas, quale “portavoce del gruppo imprenditoriale associato” gestiva – secondo l’accusa – con tre funzionari della Provincia, anche loro arrestati, l’assegnazione dei lavori pubblici dell’ente locale, “indicando volta in volta le imprese da invitare e quella alla quale aggiudicare la gara, contattando preventivamente gli imprenditori prescelti (che ricevevano precise indicazioni sulle offerte da formulare e sulle percentuali di ribasso da indicare) e quelli che non avrebbero dovuto presentare offerte”.
“Per poi raccogliere – continua il capo di imputazione – presso il vincitore il compenso da distribuire ai funzionari compiacenti”.

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