Proprio nel momento in cui il prezzo del petrolio schizza alle stelle, una notizia dal mondo scientifico suscita entusiasmi e poche riflessioni.
La scoperta dell’americano Greg Pal, direttore del Ls9, uno dei vari istituti di ricerca della Silicon Valley, è che organismi monocellulari, in seguito ad appropriate modifiche al loro Dna, sono in grado di produrre un biocombustibile molto simile al petrolio se messi a contatto con scarti della produzione agricola, ad esempio con le canne da zucchero brasiliane. Per questo processo servirebbero non più di 20 mila dollari e poche settimane.
Il biocarburante cosi prodotto non arriverebbe a costare più di 50 dollari a barile. Le emissioni di gas serra prodotte dalla sua combustione sono minori di quelle emesse dai materiali grezzi da cui è prodotto.
”Il nostro piano è di avere una dimostrazione su scala planetaria entro il 2010 – ha concluso lo scienziato – e, parallelamente, stiamo lavorando su un impianto commerciabile da avviare entro il 2011”.
C’è da tener presente che l’Umbria è seconda nella classifica fra le regioni italiane per dotazione di alberi per chilometro quadrato: un’opportunità ed un rischio.
Fin qui la notizia: quello che manca, infatti, è sapere se gli organismi, geneticamente modificati, monocellulari si riproducano spontaneamente ed, in caso positivo, se sia possibile arrestare a comando la riproduzione.
Se così non fosse questi nuovi ogm potrebbero diventare un incubo: il peggior incubo ipotizzabile per una regione che si fa chiamare il “cuore verde” d’Italia.
Ove questi organismi si riproducessero sarebbe a rischio non solo l’esistenza del mondo vegetale ma anche di quello animale, uomo compreso, che dei vegetali si nutre, si veste e spesso utilizza prodotti legnosi o derivati dal legno per innumerevoli necessità: dai materiali da costruzione alla carta.







