L’11 luglio ha inizio la trentacinquesima edizione di Umbria Jazz, con protagonisti il meglio di quello che il panorama musicale italiano ed internazionale offre in questo momento, svariando tra i generi più diversi, uniti dal comune denominatore della qualità.
Apertura italiana per le serate all’Arena Santa Giuliana con i Cluster, ensemble italiano solo vocale composto da cinque giovani musicisti di Genova, studenti del conservatorio Niccolò Paganini, attivi dal 2003 e da tre anni in tour in Italia ed Europa, con uno stile unico che combina elementi jazz, pop e fusion.
E poi Chiara Civello, italianissima, la più grande jazz singer della sua generazione, parola di Tony Bennet, che di vocalità jazz si intende. Umbria Jazz ebbe la fortuna di farla esibire nell’edizione 2005, quando aveva appena inciso (per la Verve, addirittura! unica artista italiana sotto contratto per la label americana) il disco di esordio, Last Quarter Moon, in cui cantava in inglese ed italiano. Una canzone del disco, Trouble, la scrisse con Burt Bacharach.
Con Chiara Umbria Jazz ha un legame. Da qui in pratica è partita la sua carriera: una borsa di studio vinta alle clinics l’ha portata a Boston per frequentare i corsi della Berklee. Da allora è diventata una professionista e si è trasferita, come tutti quelli che davvero vogliono far parte dello show business, a New York.
Mario Biondi ha esordito l’anno scorso a Umbria Jazz partecipando all’edizione invernale di Orvieto con gli High Five. Quest’anno il vocalista siciliano dà il via all’edizione estiva e per lui si aprono le porte dell’Arena Santa Giuliana.
Biondi presenta l’ultima formula, ambiziosa e complessa, con una grande orchestra e degli ospiti speciali. Al centro di tutto resta la freschezza e la profondità della sua voce applicata ad un repertorio che si rifà alla tradizione jazz e soul.
Al teatro Morlacchi Carla Bley incontra Paolo Fresu. La first lady del jazz torna in tour con il suo quartetto The Lost Chords, diventato quintetto con l’ingresso del trombettista sardo. Carla racconta che nella scrittura di nuove pagine per il gruppo aveva in mente un suono di tromba, nuovo e diverso da quello che caratterizza le sue celebri big band. Un suono “elegante ed eloquente, terreno ed etereo”. Lo ha trovato nel suono di Paolo Fresu. L’incontro ha già fruttato un cd ed ora si può ammirare dal vivo.
Al teatro Pavone prima esibizione per Pat Martino, che prima ancora che un grande musicista è uno dei più importanti virtuosi moderni della chitarra. Il chitarrista di Philsadelphia oggi ha ripreso il posto che gli spetta di diritto tra i maestri delle sei corde. E’ un musicista brillante ed ispirato, attento alle emozioni, sue e del pubblico, più che alla tecnica. In fondo la chitarra, come lui stesso ha detto, non è importante in sé, è solo un mezzo; importante è il rapporto che ti consente di avere con la gente che ascolta.








