Il dibattito sul traffico e sulla sosta nel centro storico non c'entra nulla con questioni di bassa o alta cultura e non ha senso voler riempire di macchine il cuore cittadino per tentare di vedere la città "vivace"

Il fatto di parlare già in Città Viva, mi indurrebbe a trattenermi, ma siccome la rivista esce ogni due mesi e, nel frattempo, l’estate avanza e con essa il dibattito sul traffico (vedi lettere e interventi), vorrei comunque commentare le due recenti considerazioni, di Umberto Magni e di Luca Cardaio.
Magni è un ragazzo fresco di maturità, è stato ottimo allievo liceale e nutre un’ammirevole (anche ai miei occhi) passione civica: quindi ha tutti i numeri per intendere che il “festival di nicchia” non c’entra niente con il garage serale di piazza, inadatto alla Marchini, a Costanzo, a Spada e a qualsiasi altro, e per capire che c’entra ancor meno un problema di alta o bassa cultura, dato che non si ipotizzano, in sostituzione delle macchine, concerti da camera, ma cose come passeggio, gelato, sosta, shopping, cioè attività disimpegnate e ricreative, anch’esse impossibili in mezzo alle lamiere.
Ritiene poi, Magni, che Orvieto, Gubbio, Spoleto, Norcia, Volterra, Cortona, Recanati, Urbino e cento altre, siano città “di vecchi”, per il fatto che quando vollero decollare da paesoni monumentali a città turistiche compiute, si convinsero che per prima cosa dovevano contenere le macchine e creare le cosiddette isole pedonali?

Qui poi nemmeno si parla di isola pedonale, mai sinora realizzata né concepita (uno dei tanti treni persi), ma della tutela di un luogo cittadino, il più bello e rappresentativo. Luogo che si è spopolato, è vero, ma non per l’avvenuta desertificazione (peraltro reale) del centro storico.
Come mai un centro desertificato, poi nella sera estiva gremisce la Rua, riempie i Giardinetti, fa gruppetti a San Fortunato, manda qualcuno anche in Via Ciuffelli, mentre in Piazza, con o senza macchine, non manda nessuno?
Non sarà, forse, perché in Piazza c’è poco, sia da fare che da vedere? Trasandata, sciatta, male illuminata, vetrine oscurate, mai un piano bar, mai nulla? E dunque non ha alcun senso riempirla di macchine, per tentare di vederla “vivace”?
Macchine che, inoltre, cosa fanno? Stanno lì, o in attesa di partire o depositate dopo un arrivo, scaricando momentaneamente i loro conducenti non a vivere la Piazza, ma ad usarla come “rimessa” per serate trascorse altrove.
Una piazza che, per essere veramente dichiarata viva, dovrebbe accogliere non “una decina di ragazzi” in piedi con un braccio sullo sportello aperto, ma centinaia di persone (ragazzi, adulti, vecchi, bambini, mamme col carrozzino) a camminarvi su e giù in linea dritta, senza intralci di sorta.

Luca Cardaio ha ragione quando cita le responsabilità dei passati amministratori. Sì, è una chiamata di correo che può valere per una polemica con loro. Ma non con altri, non con noi di Città Viva (giornale che lui conosce per essere stato, in passato, suo grafico e, talvolta, collaboratore); noi, a nome nostro e della Pro Todi, abbiamo sempre contestato il problema all’amministrazione Marini e per questo ci siamo anche beccati adeguati rimproveri.
Però c’è una differenza, anzi due: la prima è che con “quella” amministrazione, almeno per luglio e agosto, il garage si apriva a mezzanotte o giù di lì, con “questa” si inaugura alle dieci; la seconda è che quella reagiva con la formula del “negazionismo” (“non è vero, siete esagerati e visionari”); questa, o almeno alcuni suoi sostenitori, con l’avallo e la difesa (“è vero, va bene così, era ora!”). Un po’ più grave.
Termino con un particolare irrilevante per coloro che, poi, ad una cert’ora se ne vanno a dormire nella casa di periferia o di campagna, e chi s’è visto s’è visto: la rimessa di piazza la paghiamo, a notte alta, noi del centro, per esempio di Via Ciuffelli, che viene percorsa in su e in giù, con adeguato sbattimento di tombini e, ovviamente, con contorno di motorini smarmittati.
E creda il giovane Magni, che a me, quando alle tre di notte sento questo piccolo inferno sotto la finestra, non vengono in mente pensieri culturali, ma di altro genere, praticamente irriferibili.

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