Il presidente del circolo di Rifondazione Comunista di Marsciano, Cristian Mattioli, è soddisfatto per l’avvicendamento di Paolo Ferrero alla segreteria di Rifondazione Comunista.
Mattioli si schiera dalla parte di chi offre un’azione politica che si indirizza maggiormente a sinistra, che rifiuta le “logiche di casta”. Addio dunque al PD, almeno in chiave nazionale lo strappo sembra irricucibile.
Vincendo la mozione Ferrero la distanza fra PRC e PD diventa incolmabile…
“La distanza fra le politiche messe in campo dal PD e gli interessi delle categorie dei lavoratori che noi vogliamo rappresentare è già incolmabile. Il PD è, per ammissione dei suoi dirigenti, una forza centrista ed equidistante fra gli interessi dei ricchi e quelli delle categorie svantaggiate e sfruttate, anzi lo stesso concetto di sfruttamento del lavoro e delle risorse viene da loro affrontato in un’ottica di tutela dei cosiddetti poteri forti( leggi banche e chiesa cattolica). Non possiamo che prendere atto di questa distanza dal gruppo dirigente del PD nazionale. Discorso diverso per ciò che riguarda la base militante ed elettorale di questa formazione che è ancora legata ad un concetto di moralità della politica ed alla tutela della legalità e dei diritti del lavoro: con questa base il dialogo non solo è una possibilità ma un obbligo per noi”.
Ora i trozkisti rilanciano l’abbandono dell’alleanza anche nelle amministrazioni. Cosa succederà a Marsciano?
“Il documento approvato al 7° congresso del PRC stabilisce che si debba verificare la possibilità di alleanze nei territori sulla base dei programmi e della capacità dimostrata dalle amministrazioni uscenti di incidere in maniera significativa nelle condizioni materiali dei cittadini. Nessuno chiede di uscire da Giunte che hanno amministrato in maniera proficua.
A Marsciano abbiamo abbandonato la Giunta sulla base di forti frizioni che riguardano lo sviluppo urbanistico e commerciale e lo smaltimento dei reflui zootecnici, per non parlare della questione delle consulenze e dei criteri per le selezione del personale, ma soprattutto ce ne siamo andati per la scarsa attenzione prestata ai cittadini che raccoglievano firme e organizzavano proteste contro le decisioni dell’amministrazione. Solo dopo la nostra uscita l’Amministrazione sembra prendere in considerazione le proposte nostre e dei comitati di cittadini. Riteniamo quindi di averci visto giusto fino ad ora.
Per quanto riguarda le amministrative del prossimo anno, tutto è ancora possibile: siamo disponibili al dialogo con tutte le forze politiche ma soprattutto con i cittadini che non intendono delegare senza riserve i loro interessi agli amministratori, di qualsiasi colore politico essi siano”.
Il PRC nelle politiche di aprile ha conosciuto una flessione rispetto al 2006: questo è il giusto modo per ripartire e ricostruire un nuovo modello di sinistra?
“Il PRC era presente nelle liste della sinistra arcobaleno che ha subito una sconfitta storica. Questa sconfitta è figlia delle scellerate scelte di politica economica del Governo Prodi e dell’incapacità dei rappresentanti della sinistra parlamentare di porvi un argine. Forti erano le aspettative dei nostri elettori per questa nostra esperienza al governo, ma li abbiamo delusi non migliorando, neanche in maniera minima, le loro condizioni materiali. Ci abbiamo provato in tutti i modi fino ad indire la grande manifestazione del 20 ottobre contro il protocollo sullo stato sociale, ma le resistenze delle forze centriste hanno annullato di fatto la nostra azione. Sappiamo ora per esperienza che non si può essere un partito di lotta e di Governo al tempo stesso, torniamo quindi ad essere un partito di lotta che farà le sue battaglie dall’opposizione cercando di coagulare attorno alla sua proposta tutte quelle forze che non si riconoscono né in questa destra retrograda e padronale né in questo PD dal governare timido e succube ai poteri finanziari ed ecclesiastici. Chiaramente l’esperienza verticistica e moderata della Sinistra Arcobaleno è da considerarsi morta e sepolta”.
Le “scaramucce” non sono davvero mancate all’interno di Rifondazione, la possibilità di una lacerazione interna è un evento fattibile?
“Direi di no: spesso la dialettica congressuale è aspra ma i compagni che militano in questo partito si ritrovano spalla a spalla tutti i giorni nei luoghi di lavoro e nelle lotte quotidiane e non c’è cosa che affratelli di più. Se poi qualche dirigente se ne andasse pazienza: non ci servono sederi per riempire poltrone ma teste pensanti dotate di braccia e cuore robusti”.
Cosa auspica per Rifondazione a livello nazionale e a livello locale nei prossimi anni?
“Spero si torni ad andare orgogliosi delle nostre parole d’ordine che parlano di dignità del lavoro, di sicurezza sociale, di sanità efficiente, di tutela dell’ambiente, di un approccio serio e rigoroso al problema dell’immigrazione che non può parlare solo di accoglienza ma anche di legalità. A livello locale spero che possa continuare e maturare il dialogo continuo che ci lega ai cittadini e che la nostra azione a favore della collettività possa essere sempre più incisiva”.












