La chiesa fu innalzata per celebrare il culto della piccola maestà al centro, fin dal XVI secolo, di una sempre più intensa devozione fra i tuderti

Come ben noto, alcuni degli edifici sacri più belli di Todi sono a pianta centrale: così il Tempio della Consolazione e quello del Crocifisso, “splendidi […] baluardi vicini alla città” come li descrisse P. Cesi nel 1632, entrambi frutto della cultura popolare che desiderò magnifici santuari per osannare due taumaturgiche icone.
Se infatti il primo fu innalzato sull’immagine della Vergine, il secondo fu voluto per celebrare il culto del Crocifisso, ossia della piccola Maestà risalente alla fine del XIV secolo e nominata, dal nome del luogo, di “Piobica” (o altresì Maestà delle Forche poiché in zona erano le forche della giustizia) nella cui parete interna era dipinto il Cristo in croce fra la Vergine Maria e S. Giovanni Evangelista, di autore tuttora ignoto.

Dal XVI secolo la piccola maestà fu al centro di una sempre più intensa devozione fra i tuderti, dapprima in occasione della violenta peste del 1526 quando molti furono a visitarla per implorare il perdono dei peccati e la salvezza, e poi dal 3 maggio 1589, giorno in cui si manifestò il primo di una serie infinita di eventi miracolosi: guarigioni da terribili malattie, risurrezioni, perfino scarcerazioni di condannati a morte.

Il flusso continuo di devoti fu accompagnato da oblazioni e offerte talmente ingenti che, per la loro amministrazione, il vescovo Angelo Cesi nominò due Rettori e nove assistenti; e mentre inizialmente, intorno alla sacra immagine, si fabbricò una piccola costruzione con altare (sopra il quale il 22 luglio 1589 il vescovo Cesi celebrò la prima solenne funzione), in un secondo momento, grazie alle offerte raccolte, fu possibile decretare l’erezione di uno splendido tempio, commissionando la direzione dei lavori a L. Leonii, G. Valenti, F. Morelli e A. Ficareto, anche se in realtà vero gerente dell’iniziativa restò sempre lo stesso vescovo Cesi.

Fra i progetti presentati da molteplici artisti, fu preferito quello del perugino D. Martelli dalle forme affini al tempio bramantesco di S. Pietro in Montorio a Roma. Benché avallata da alcuni fra i più valenti architetti dell’epoca (fra cui G. della Porta e D. Fontana) quella di prediligere la pianta circolare fu una scelta che ben presto subì dure critiche, divenute ancor più accese quando il priore del convento di S. Agostino A. Angeli ipotizzò il trasferimento dell’icona nel vicino ex convento di S. Agostino in modo tale da eseguire, con un‘unica spesa, sia il restauro di quell’antica dimora che il tempio al Crocifisso; tale proposta conquistò vasto consenso fra i tuderti ma fu osteggiata dal Cesi e dai suoi collaboratori, contrari a rimuovere la maestà dal posto originale.

Soltanto nel 1592 si giunse ad una sorta di compromesso: l’icona sarebbe rimasta in loco ma il tempio non avrebbe avuto pianta circolare bensì quella a croce greca, grazie al progetto del milanese Domenico Bianchi approntato su modello della coeva cappella del SS. Sacramento in S. Maria Maggiore a Roma, opera di Domenico Fontana.
Dal 1594 sovraintese ai lavori l’architetto Ippolito Scalza di Orvieto fino al 1610, anno in cui l’immagine del Crocifisso fu trasposta nella posizione odierna dietro l’altare maggiore. Dal 1666 al 1827 la chiesa fu patrimonio dei monaci olivetani, che nel 1740 provedettero a ultimarla per mezzo della bassa calotta di copertura.
Nella prima metà del 1900 fu il sacerdote M. Petrucci a intraprendere importanti interventi: oltre a redigere la storia del santuario, a lui si devono il portale d’ingresso in pietra e in noce (realizzato dall’architetto U. Tarchi di Roma) e alcuni restauri fra cui quello dell’icona del Crocifisso (ritoccata già nel 1566) compiuto nel 1937 da C. Pierantoni.

L’interno della chiesa è impreziosito da alcune tele fra le quali il S. Carlo Borromeo (XVII secolo) del romano Giovanni Baglione e i quattordici quadri ad olio della via Crucis (secolo XVIII) attribuiti al prete-pittore todino Domenico Pentini.
Non mancano opere di Andrea Polinori fra cui è da ricordare la tela con S. Francesco domanda l’approvazione della Regola a Innocenzo III (secolo XVII) distrutta nell’incendio del 1957. La chiesa possiede pure un bel coro in noce di tardo Seicento e quattro confessionali, sempre in noce, del 1792; in sacrestia l’elegante lavabo in pietra arenaria, disegnato dallo Scalza, e il paratorio in noce di fine XVII secolo.

Alcuni eventi miracolosi continuarono a manifestarsi nel corso dei secoli (nel 1794 dei seminaristi videro muovere gli occhi dell’effige dell’Addolorata, ma ancor prima, nella notte del 2 maggio 1605, era stata rilevata l’apparizione di una croce di fuoco sopra il tempio) contribuendo a tramandare il misticismo del luogo, oggi irrimediabilmente compromesso dalle moderne costruzioni residenziali.

condividi su: