Nel libro di Renato Covino si parla di 3.417 persone che nella regione vivono di politica oppure integrano il proprio reddito con la politica, per un costo totale di 32 milioni 613 mila 629 euro (cifra sottostimata)
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Il nucleo del libro “Non per soldi, ma per denaro. Viaggio tra i costi della politica in Umbria” è composto da una serie di articoli pubblicati da Renato Covino su “Micropolis” dal gennaio al settembre 2007. Prima, quindi, del V-Day e dell’ondata Grillo. Prima, anche, dell’uscita de “La casta” di Rizzo e Stella.
Come a dire che occuparsi con rigore e serietà dei costi della politica non ha niente a che fare con l’antipolitica, ma è uno strumento d’analisi importante per comprendere le trasformazioni profonde e meno pubblicizzate del sistema istituzionale. Un problema di cui la politica per prima dovrebbe occuparsi.

L’aumento dei costi della macchina amministrativa, spiega Covino, è il risultato di un orientamento ideologico preciso, e non di vaghe e imprecisate ruberie o sprechi. Più precisamente, è “il frutto di un complesso di leggi, norme, regolamenti, approvati in sede nazionale e locale nell’ultimo ventennio, soprattutto dai governi di centrosinistra”.
L’idea guida, o meglio appunto l’ideologia portante, è quella di aumentare l’efficienza delle amministrazioni aumentandone i poteri e il grado di autonomia. Separare, dunque, la politica dalla società, e superare i residui di partecipazione e di costruzione dal basso della democrazia: presidenti regionali e provinciali, sindaci con maggiori poteri possono governare più efficacemente senza gli intralci delle logiche partecipative e senza il controllo stretto delle assemblee elettive.
I politici, presidenti, sindaci e assessori, devono diventare tecnici dell’amministrazione, svincolati dalla società e da zavorre ideali e politiche. Si tratta della stessa deriva tecnicista e, questa sì, antipolitica, promossa con forza dal nuovo centrosinistra postcomunista a parziale imitazione del percorso intrapreso dal centrodestra, più volte analizzata anche dalle colonne di questo sito.

Questi professionisti dell’amministrazione, i cui poteri sono stati progressivamente ampliati e il cui impegno quindi è diventato a tempo pieno, hanno visto aumentate vertiginosamente le proprie retribuzioni, con conseguente aumento di quei costi che nelle previsioni degli efficientisti dovevano diminuire in modo inversamente proporzionale all’aumento dell’efficienza della macchina amministrativa.
Scrive Covino: “I costi della politica, insomma, non sono un fenomeno abnorme, una patologia di un sistema fondamentalmente sano, ma ne rappresentano la fisiologia, di cui fanno parte molteplici aspetti, compresa la lottizzazione, antico male italiano oggi sancito, nei fatti, per legge”.

A chi si è indignato per la gestione spartitoria della sanità campana messa a punto dalla famiglia Mastella, interpretandola come un’eccezionale degenerazione, Covino ricorda che le nomine all’interno delle ASL e degli Enti intermedi umbri funzionano esattamente allo stesso modo, con solo una patina di discrezione e di buon gusto in più.
Recentemente, anzi, le nomine sono state sottratte alla verifica delle assemblee elettive (Consiglio regionale e provinciale).

Ma la questione dei costi non va ridotta ad un problema di malcostume, di privilegi e di scandali di casta. L’aumento dei costi della politica va ricondotto alle modificazioni strutturali e premeditate del sistema politico, e in primo luogo a quel processo di statizzazione dei Partiti che ha reso le organizzazioni politiche “vere e proprie articolazioni dello Stato”.
Infatti, “se in passato i Partiti traevano sostentamento dalla società, ossia dagli iscritti, oggi lo ricavano dallo Stato, direttamente attraverso i rimborsi delle spese elettorali e il finanziamento pubblico; indirettamente con gli emolumenti ai parlamentari, ai rappresentanti istituzionali operanti ai diversi livelli e ai loro collaboratori”.

In questo contesto, si spiega perfettamente anche la corsa al bipartitismo, la cosiddetta semplificazione del quadro politico che si concretizza nella creazione di due macchine elettorali la cui contrapposizione non vive tanto di tensioni ideali e programmatiche quanto di una lotta per l’accaparramento delle risorse.
E’ innegabile che tanto il Pd quanto il Pdl siano andati nella direzione di una forma-partito postideologica nella quale, come scrive Covino, “i Partiti da organizzazioni della società civile si sono trasformati in strutture di eletti e in comitati elettorali, che rispondono gerarchicamente al capo, cui sono legati da interessi e da rapporti personali”.

Perfino le primarie diventano nient’altro che la conferma di questa strutturazione verticistica: il consenso plebiscitario, che sostituisce la faticosa costruzione congressuale della linea politica, finisce con l’attribuire al leader un potere personalistico, esclusivo, legato alla propria immagine e alla propria capacità comunicativa, e non più ad un’azione programmatica condivisa, ad un patrimonio ideale e culturale raccolto dal basso. “I Partiti da strutture di orientamento e di organizzazione sociale, si trasformano in macchine elettorali e propagandistiche”.

Al problema dei costi della politica, quindi, si è voluta dare una risposta che ha finito con l’accentuare le cause stesse del problema. Si è detto, ideologicamente, che la diminuzione dei costi doveva passare per la semplificazione del quadro politico, per la creazione artificiale del bipartitismo.
E si è indicata una strada: ulteriore rafforzamento degli esecutivi, dei presidenti, dei sindaci, ulteriore scollamento della politica dalla società, ulteriore semplificazione del quadro istituzionale in nome del mito tutto ideologico della governabilità.

I costi della politica, quindi, non sono solo emergenza scandalistica o spia di un mal governo, ma sono il sintomo di “come una visione mercantile dell’azione pubblica sia ormai comune a destra e a sinistra, si sia realizzata una concordia ordinum di tipo oligarchico che rende complicato smontare privilegi e sprechi evidenti.”

Dalla nuova concezione del partito fluido (che però succhia risorse come e più di un partito novecentesco) “vengono espunte, pour cause, le funzioni d’organizzazione sociale e culturale, di aggregati comunitari e solidali, tipiche delle forze d’ispirazione socialista e cattolica nel Novecento”. Non più punto di riferimento per individui e gruppi di individui, ma macchine elettorali produttrici di consenso tendenzialmente acritico e catalizzatrici di risorse.

Dal punto di vista legislativo, Covino evidenzia una strategia, coerente e costante, inaugurata non a casa a partire dal fatidico 1990, di rafforzamento delle prerogative degli enti locali, che ha portato con sé un evidente aumento dei costi.
Il potere dell’amministrazione locale si è progressivamente concentrato nelle mani degli esecutivi, dei sindaci e dei presidenti di giunta, al punto che “il sindaco e/o il presidente della Provincia divengono i domini dell’amministrazione locale con poteri podestarili”.
Con l’unica differenza che il podestà fascista era nominato dal Governo su indicazione del prefetto mentre quello dell’era democratica trova negli elettori la legittimazione del proprio estesissimo potere.

Parallelamente, l’attività legislativa dei governi centrali e locali traccia un percorso progressivo che conduce alla esternalizzazione dei servizi: alla possibilità, cioè, per gli enti locali di servirsi di strutture esterne all’ente cui affidare la gestione dei servizi.
Si va quindi dalla creazione di enti strumentali, alla proliferazione di aziende a partecipazione pubblica, alla creazione di società di capitale a tutti gli effetti, che vivono però di commistioni col pubblico e che sono gestite da personale di nomina prevalentemente politica.
Un’infinità d’aziende dalle molteplici caratteristiche giuridiche, create per la gestione dei servizi e tutte quindi alimentate da commesse e soprattutto da capitali pubblici. Manager, dirigenti, presidenti e membri dei consigli di amministrazione percepiscono stipendi da settore privato, ma in caso di errori e perdite sono tutelati dal salvagente del denaro pubblico.

Come dimostra la vicenda delle ternane ASM (Azienda multiservizi) e AFM (Azienda farmaceutica municipale), la semiprivatizzazione ha coinciso con un sensibile peggioramento dei bilanci, con conseguente sperpero di denaro pubblico.
“Il dubbio ragionevole è che l’ansia aziendalistica si sia tramutata in una cura peggiore della malattia, che quanto si continua a sostenere sulla necessità di giungere a nuove forme di privatizzazione e d’aziendalizzazione risulta così essere più una forma di accanimento terapeutico che la soluzione vera dei problemi della public utility.”

Presidenti, membri di consigli di amministrazione e di comitati tecnici, tutti di nomina direttamente o indirettamente politica, hanno un ruolo politico non trascurabile, dal momento che spesso alle strutture esternalizzate viene delegata una parte importante delle politiche regionali.
Una varietà di soluzioni statutarie (amministratori unici, direttori esterni, presidenti) denuncia il fatto che non ci sia una precisa progettualità, e rafforza il sospetto che gli incarichi siano creati più per necessità politico-clientelari che non per necessità amministrative.
Stessi sospetti si allungano intorno al proliferare di Comitati, Commissioni, Osservatori che dalle Giunte vengono riforniti di amministratori e figure tecniche.

L’abolizione del capitolo V della Costituzione, poi, votato dal centrosinistra nel 2001, ha autorizzato la riformulazione degli Statuti regionali, consentendo alle singole regioni da un lato di aumentare il numero di consiglieri e di assessori, dall’altro di votare autonomamente l’aumento di stipendi e indennità.
A differenza di quanto accade oggi, mentre queste modificazioni venivano attuate, non solo non scatenavano l’indignazione dell’opinione pubblica, ma ricevevano il plauso di una società denarocentrica che credeva ciecamente nell’equazione maggiore retribuzione uguale migliori prestazioni.
“La previsione evidentemente non è stata supportata dai fatti, segno questo di quanto le ideologie mercantili dell’epoca (più soldi più efficienza più efficacia) facciano ormai acqua da tutte le parti”.

E qualche anno fa, a Perugia, la consigliera del PRC Manfroni si è vista aggredire da tutto il Consiglio comunale compatto, DS in testa, per essersi opposta alla trasformazione del gettone di presenza in indennità mensile: l’accusa per la consigliera (accusa tornata violentemente di moda oggi per tutti gli oppositori) era quella di fare, chiedendo minori privilegi per i politici, del qualunquismo populista.

Il computo finale complessivo cui giunge l’inchiesta di Covino, impreziosita da un’appendice di tabelle, grafici, statistiche, parla di 3.417 persone che vivono di politica oppure integrano il proprio reddito con la politica, per un costo totale di 32 milioni 613 mila 629 euro, stando a dati e cifre consapevolmente sottostimati, per prudenza e per rigore, oltre che a causa delle colpevoli opacità degli enti, sempre reticenti nel fornire dati precisi relativi ai capitoli di spesa.

Se non una casta, quindi, un ceto sociale ben definito, e forse più numeroso di tante altre categorie professionali. Un ceto caratterizzato da suoi specifici “atteggiamenti, consumi, linguaggi, luoghi di socializzazione, culture, frequentazioni comuni”.
Pratiche e modalità d’esistenza che spiegano alcune delle percezioni più diffuse riguardo alla classe politica: “l’autoreferenzialità, la stabilità, i sistemi specifici di cooptazione, il mancato rinnovamento, il gioco dei quattro cantoni per cui si lascia un incarico per assumerne subito un altro”.

Visti da questa prospettiva antiscandalistica, i costi della macchina amministrativa sono un problema squisitamente e integralmente politico, e un segnale della crisi profonda che attraversa la democrazia, le istituzioni, i meccanismi di rappresentanza.
L’analisi di Covino dimostra che molto del rigetto nei confronti del ceto politico recentemente sorto in seno alla società non è semplicemente il frutto di un’ondata qualunquista e populista, ma è una sfiducia legittima, giustificata, ampiamente sostenibile con argomentazioni e numeri.
Altro punto importante è insistere sull’idea che la situazione attuale è la conseguenza prevedibile di una serie di “riforme della politica” che hanno avuto come risultato la depoliticizzazione del dibattito pubblico, l’aumento dei costi e una stagnazione, se non un peggioramento, dell’attività amministrativa.

Altro merito non trascurabile del libro di Covino è quello di chiudersi con delle proposte per il contenimento della spesa pubblica: non solo critica, quindi, ma anche costruttiva collaborazione al dibattito. Proposte semplici, concrete, facilmente attuabili qualora incontrassero una ferma volontà politica riformatrice.
Proposte che qui è inutile tentare di riassumere: ne caldeggiamo fortemente la lettura da parte di politici e amministratori. Consapevoli che, come conclude Covino, l’idea che il sistema politico sia in grado di autoriformarsi, l’idea cioè che i privilegiati arrivino a votare provvedimenti destinati a scalfire i propri privilegi, è come il comunismo secondo il grande poeta e drammaturgo tedesco Bertold Brecht: “la semplicità difficile a farsi”.

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