Con l’ufficializzazione del programma, diviene fondato il bisogno di un’analisi dell’organizzazione e dei contenuti culturali del prossimo Todi Arte Festival.
La gestione Costanzo è stata presentata all’insegna dell’idea di discontinuità. La popolarità di Costanzo contro l’elitarismo della Marchini; l’alto potenziale pubblicitario dell’uno contro l’inefficienza comunicativa dell’altra; la capacità di muovere capitali dell’uno contro i festival low cost dell’altra.
Sull’idea di discontinuità alcune considerazioni sono inevitabili. Se la comunicazione davvero era la carenza più evidente della gestione Marchini, un programma che diventa ufficiale soltanto ad inizio agosto, a poco più di un mese dall’inizio della manifestazione, non sembra innovare in modo decisivo rispetto alle pratiche in uso fino all’anno scorso. Tanto più che nel triennio Marchini il programma non aveva problemi di definizione: semmai il problema era di scarsa diffusione e pubblicizzazione.
Quest’anno invece ci siamo trovati a lungo di fronte ad un programma in odore di ufficiosità, un programma intorno al quale, che si sia trattato di una strategia o di necessità tecniche, ha gravato a lungo quasi un’aria di mistero.
Il sito ufficiale, poi, questo grande assente delle edizioni precedenti, nella sua versione attuale è qualcosa meno di una foglia di fico: ad oggi le News del sito (http://www.todiartefestival.com/) annunciano soltanto la conferenza stampa di presentazione del festival prevista per venerdì 28 marzo.
Chi si aspettava un lancio promozionale rumoroso, sensazionale, incisivo, coerente con i mezzi a disposizione di Costanzo, per il momento è rimasto deluso.
Le parole stentoree dell’inizio, pronunciate a gran voce dalla nuova Amministrazione, si sono trasformate in un bisbigliare, in un dire e non dire che ha lasciato intravedere gravi difficoltà organizzative.
E il problema del ritardo con cui sono giunti i finanziamenti, a questo punto, non è più un’attenuante. Annunciati con troppo anticipo, quei finanziamenti hanno creato un clima di aspettative che ora rischia di rendere il giudizio sul festival ancora più severo, poichè – anche se può non piacere – un festival mutilato che scaturisce da quella mancanza di risorse non verrà guardato con l’occhio benevolo con cui si guarda il povero ma bello, bensì con l’occhio scettico con cui si guarda l’ambizioso che rischia di fallire.
Per di più, ora che il finanziamento sembra essere stato sbloccato, sarebbe bene conoscere in che modo è stato utilizzato per migliorare il festival, dal momento che una prima diffusione ufficiosa del programma è avvenuta quando era ancora dubbia la possibilità di poter disporre del contributo ministeriale.
Erano davvero tutti soldi già considerati nel budget di partenza del festival? Oppure si tratta di soldi in più? Se sì, in che modo sono stati o verranno impiegati? Tutti quesiti che, se dovessero rimanere senza risposta, getterebbero un’ombra antipatica sulla condivisione del progetto festival da parte della città.
In più resta da dire che anche i festival della Marchini avevano un budget limitato: ma con quei limiti si facevano i conti, dai quei limiti si partiva, tentando (anche se non sempre con successo) di trasformarli in occasioni per evitare i nomi noti e mettersi in gioco nella sperimentazione.
Al contrario di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, sulla carta il nuovo festival non sembra avere a prima vista un’identità culturale forte.
Soprattutto sorprende che non si sia scelta con decisione nessuna delle due strade principali che si aprono di fronte per una manifestazione come quella tuderte.
La strada del nazional-popolare, dei nomi noti, della cultura di massa, oppure la strada della ricerca, della sperimentazione, dell’apertura verso voci emergenti e verso espressioni artistiche inedite.
La direzione artistica sembra rimasta ferma di fronte a quel bivio. Non ha preso la strada della ricerca: non ci sono certo nomi del tenore dei Tetes de Bois, di Gian Maria Testa, di Ascanio Celestini, che lo scorso anno avevano portato a Todi alcune delle punte più avanzate della sperimentazione teatrale e musicale contemporanea. Come era prevedibile, quel sentiero è stato chiuso.
Ma il festival non ha preso con decisione nemmeno la strada di una cultura accessibile, di larga fruizione, non ha adottato quella politica dei grandi nomi che ci si sarebbe aspettata da un personaggio come Maurizio Costanzo.
La cancellazione del concerto di Alex Britti, in questo senso, è esemplare. Non tanto per lo spessore culturale dell’artista in questione, quanto per il richiamo di pubblico che uno spettacolo di questo tipo avrebbe potuto fruttare, questa soppressione è grave.
Si è rinunciato così anche ad una possibile politica simile a quella intrapresa da “Musica per i borghi” a Marsciano, che con un cartellone di vecchie glorie e di artisti affermati riesce a riempire piazze per tutta l’estate.
Leggendo il programma, il festival appare come un ritrovo di vecchi amici. Pupi Avati, illustre vicino di casa, è una presenza che i tuderti non possono che sentire come familiare. Mentre la Discarica di Silvano Spada è sospettata di riciclaggio, con la riproposizone di un’attitudine provocatoria temperata dal volto televisivo, noto e quasi rassicurante, di Vladimir Luxuria (molto più interessante, semmai, è l’individuazione dello scenario, che desta curiosità e che potrebbe aprire prospettive per una nuova gestione e valorizzazione degli spazi cittadini).
Sulla stessa linea si colloca il ritorno del pur grande maestro Attanasi, mentre la presenza di Vaime è quasi un corollario della presenza di Costanzo, e non fa che accrescere l’impressione di un immaginario costruito sull’impasto di tv e teatro in stile “Parioli”.
Del tutto rimossa dalla manifestazione la danza, che per due anni consecutivi aveva portato a Todi Roberto Bolle, primo ballerino della Scala e danzatore tra i più apprezzati nel mondo.
Sia ben chiaro: per un giudizio definitivo bisognerà certo attendere settembre, e soprattutto tenere d’occhio da vicino quegli eventi di contorno che, così come sono stati annunciati, potrebbero destare perfino più interesse degli spettacoli principali.
Un’analisi “preventiva” dell’iter di costruzione di un festival così importante, tuttavia, era sentita come necessaria, soprattutto per rompere lo strano silenzio che, osservato da entrambi gli schieramenti politici, ha fatto seguito alla presentazione ufficiale del programma.