E' come se in un intero medio comune umbro tutti fossero improvvisamente disoccupati; conseguenze per la scuola e l'economia ma soprattutto per le speranze di una larga fetta di "intellettuali"

In una regione come l’Umbria dove il peso del lavoro statale è notevole, i tagli nella scuola saranno molto dolorosi e causeranno una reazione a catena difficilmente controllabile soprattutto sul versante del lavoro intellettuale.
Per il sindacato Cgil “è come se chiudessero all’improvviso la Perugina e la Merloni”.
Secondo la Cgil, i tagli previsti dal decreto legge 112 (poi convertito nella legge 133/08) e gli ulteriori provvedimenti contenuti nel decreto 137, porteranno in Umbria a circa 2 mila docenti e 400 Ata in meno.
A questi tagli vanno sommati – ritengono i sindacalisti – quelli che scaturiranno dalla reintroduzione del maestro unico nelle scuole elementari.
In Umbria si tratta di circa 200 insegnanti in meno per ciascuno dei cinque anni scolastici, cioè complessivamente altri 1.000 posti
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“Una carneficina che – ha sottolineato la Cgil- non ha alcuna giustificazione di carattere didattico o pedagogico. L’Europa chiede più scuola, più sapere e l’Italia fa l’esatto contrario. Il maestro unico è un passo indietro di 20 anni, coperto con slogan da libro Cuore che tentano di mascherare il vero scopo del provvedimento: incassare nel giro di pochi anni 8 miliardi di euro”.
Per il sindacato, se questi tagli non si fermano, si dovrà dare “il via ad un brutale ridimensionamento della rete scolastica regionale cominciando a chiudere decine e decine di plessi scolastici per mancanza di personale. Molte scuole, soprattutto nei piccoli centri, non ci saranno più”.

E “chi sostiene che il tempo pieno non sarà toccato dalla riforma – conclude il sindacato – o che addirittura aumenterà, mente sapendo di mentire. Se prima avevamo tre o quattro docenti ogni due classi, ora ne avremo uno per classe che esaurirà il suo orario settimanale di mattina. Quello che si potrà avere il pomeriggio sarà un dopo-scuola, una sorta di parcheggio per i bambini, che nulla ha a che vedere con l’offerta didattica costituita dal tempo pieno”.

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