Quando Ramona, il 17 ottobre di due anni fa, si prodigò per soccorrere i tanti passeggeri, compresi alcuni umbri, della metro romana, rimasti intrappolati nelle carrozze, a piazza Vittorio, dopo il tamponamento di due treni nel sottosuolo della capitale, non considerò che molti di questi non avevano la sua nazionalità, né che i problemi che aveva in casa erano tanto, tanto grandi.
Ramona Ianos, giovane ragazza rumena col padre malato di Scelorosi Laterale Amiotrofica si meritò per questo l’appellativo di “angelo della metro”.
La giovane tornò all’attenzione della cronaca quando, alcuni mesi dopo, la SLA del padre si aggravò tanto da rendere necessario un intervento e poi un’assistenza continua ed assistita da macchine.
La casa dove abita con i genitori, in un quartiere periferico di Roma, il Quadraro, è minuscola, senza ascensore e senza riscaldamenti; lì la vita per il padre sarebbe divenuta impossibile e la famiglia non riusciva a trovare una sistemazione compatibile con le necessità di assistere Mircea Ianos, una volta dimesso dall’ospedale, e con le condizioni economiche del nucleo.
Da qui un appello pubblico della ragazza, a cui ha risposto l’assessore ai servizi sociali della capitale e che lascia sperare per i tanti analoghi casi esistenti e che purtroppo possono colpire anche in età più giovanile: il caso del calciatore Stefano Borgonovo è per questo indicativo al massimo.
Grazie al decisivo intervento, l’uomo, una volta dimesso dall’ospedale Gemelli, potrà essere ricoverato temporaneamente presso l’Hospice Sacro Cuore, l’unica struttura a Roma ad essere adeguatamente attrezzata per periodi di ricovero per malati di Sla.
Un risultato, quest’ultimo, raggiunto grazie alla collaborazione che c’è stata tra l’Hospice stesso e l’associazione Viva la Vita per la definizione di un progetto assistenziale specificamente dedicato.
Ora l’impegno, delle istituzioni e della associazione, si dovrà concentrare sul trovare per il padre “dell’angelo della metro” e per la famiglia che lo accudisce “un’assistenza sanitaria adeguata alle necessità e un alloggio idoneo; una casa popolare o una degli enti, visto che la figlia è disposta a pagare un affitto, purchè rientri nelle sue possibilità”.
La speranza è che la sanità pubblica trovi il modo di occuparsi in modo organico di mettere a disposizione, da un lato, strutture in grado di accogliere i malati di SLA e dall’altro, per quanti sono disposti a sacrificarsi nel star vicino ai loro congiunti nelle proprie abitazioni, aiuti assistenziali domiciliari atti ad evitare che questo aiuto ai familiari non si tramuti con l’abbandono totale della vita, perché gli “angeli” devono poter essere a disposizione del prossimo quando servono nelle “metro” e non solo.









