Il sacerdote toscano condannato di recente dal Papa era stato ospitato da ultimo a Collevalenza; la sua sorte decisa dall'inchiesta voluta dal cardinale tuderte Ennio Antonelli
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Sfiora per due volte Todi la vicenda del prete toscano “pedofilo” condannato nelle scorse settimane dal Papa.
Aveva cercato infatti di allontanarsi il più possibile dalle sue responsabilità e dal luogo del misfatto, soggiornando ultimamente anche a Collevalenza di Todi, il sacerdote che l’inchiesta voluta dal cardinale tuderte Ennio Antonelli ha portato ad una dura condanna da parte del Papa.
Il religioso è stato riconosciuto, dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, colpevole del delitto di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori, del delitto di sollecitazione a rapporti sessuali compiuto nei confronti di più persone in occasione della Confessione, dell’abuso nell’esercizio della potestà ecclesiastica nella formazione delle coscienze.

Il Papa, in data 19 settembre 2008, ha decretato in via definitiva nei confronti del sacerdote la pena espiatoria perpetua della dimissione dallo stato clericale con la dispensa dagli obblighi sacerdotali e ha imposto con severo precetto penale, l’obbligo di dimora vigilata, in spirito di preghiera e penitenza in una residenza stabilita dall’Ordinario di Firenze, sotto pena di scomunica riservata alla Sede Apostolica in caso di disobbedienza.

Toccherà ora al nuovo vescovo di Firenze, ancora una volta un umbro, il folignate Giuseppe Betori di presentare “ogni anno alla Santa Sede una relazione sul comportamento del reo e aver cura di lui affinchè giunga a un ravvedimento convincente anche sul piano esterno. In particolare occorrerà tenere presente che la dimora vigilata comporta che i contatti con persone estranee alla casa debbano venire esplicitamente autorizzati e rigorosamente controllati”.

Il ruolo dell’arcivescovo Ennio Antonelli, è stato, nella vicenda, improntato a cautela e fermezza. Aveva già aveva condannato il sacerdote con Decreto del 12 gennaio 2007: “non potrà celebrare i sacramenti per cinque anni”.
Poi, in presenza di rinnovate accuse da parte delle vittime, disponeva d’intesa con la Congregazione per la Dottrina della Fede, una istruttoria supplementare in data 30 giugno 2007 e quindi procedeva alla valutazione delle prove insieme a due assessori in data 23 luglio 2008 e trasmetteva le risultanze di tutto il lavoro svolto alla Congregazione per la Dottrina della Fede.
Se la Chiesa ha compiuto la sua parte, ora tocca alla giustizia italiana, ma qui incombe il pericolo della prescrizione perché le ultime testimonianze risalgono all’anno 1997 e se nessun altro si farà avanti i Tribunali italiani non si potranno interessare della vicenda che ha avuto grande risonanza nel capoluogo toscano come testimonia l’articolo di Antonella Mollica  pubblicato ieri dal “Corriere Fiorentino” che riportiamo di seguito.

Don Cantini, l’appello delle vittime
«Per anni abbiamo vissuto in una campana di vetro. Per anni abbiamo avuto paura ad andare fuori. Lui ci diceva che fuori c’era l’inferno. Ci sono voluti anni per capire che l’inferno invece era lì dentro, in quella gabbia che lui aveva costruito intorno a noi». Lui è don Lelio Cantini, parroco per quarant’anni della «Regina della Pace» di Novoli, da sabato ufficialmente fuori dalla Chiesa. Il racconto di quegli anni, così lontani nel tempo ma così terribilmente vicini nella memoria di chi non può dimenticare, è di una donna che in questi quattro anni ha lottato fino in fondo per ristabilire la verità. Lei insieme a pochi altri. Senza mai arrendersi. «Abbiamo sempre chiesto giustizia, mai vendetta». E il verdetto del Papa un po’ di giustizia l’ha portata. «Anche se la cicatrice non si cancella», spiega. «Potremo dire che la partita è chiusa definitivamente solo quando verranno alla luce le responsabilità di chi l’ha coperto, di chi ha avuto il coraggio di dirci di non rinvangare cose vecchie perché era passato molto tempo, di chi ha chiuso gli occhi per non vedere. Ma noi abbiamo sfondato tanti muri e porte chiuse e alla fine abbiamo trovato anche tante persone che ci hanno aiutato ».

CHI SA, ORA PARLI. Adesso, è la preghiera delle vittime, chi sa parli. Chi non ha avuto il coraggio di denunciare fino ad oggi si faccia avanti. I racconti arrivati procura si fermano al 1987, la giustizia sarà costretta ad alzare la bandiera di resa se non arriveranno denunce più recenti. Ma cancellare quello che è stato non si può, ripetono le vittime. Troppa sofferenza e qualcuno se n’è andato prima di vedere la fine di questa storia partita negli anni Settanta in una parrocchia di periferia. «Io sono nata lì, ho frequentato il catechismo lì e lì ho battezzato mio figlio. Chi veniva ammesso tra quel gruppo doveva considerarsi un privilegiato. C’è un disegno superiore per te, diceva a ognuno di noi don Cantini. Farai parte del gregge che Cristo sta mettendo in piedi per fondare la nuova chiesa contro quella corrotta. Con noi c’era Claudio Maniago, il vescovo ausiliare di Firenze, il pupillo di don Cantini». È a lui che gli amici dell’infanzia chiedono aiuto quando decidono di unire le forze per portare avanti la battaglia quattro anni fa ma trovano solo un muro di gomma. «Oggi Maniago si dice sconvolto, dice che Cantini ha tradito la fiducia dei fedeli ma le sue parole ci offendono. Quelle affermazioni sono solo un goffo tentativo di rifarsi un’immagine dopo un silenzio durato anni».

LE PRIME SEGNALAZIONI NEGLI ANNI NOVANTA. Le prime segnalazioni alla Curia partono negli anni Novanta. Casi sporadici si pensava. La donna delle pulizie, madre di quattro figli, che va dall’arcivescovo a denunciare un tentativo di violenza. Nel ’95 bussa alla porta una donna che all’epoca dei fatti aveva 21 anni. Racconta e ottiene rassicurazioni: non succederà più. Solo nel 2004 si riallacciano i nodi di quelle esistenze che si erano perse. «Per puro caso. Un giorno la mia amica d’infanzia, arrivata nell’eta dei bilanci, quando il suo matrimonio crolla, mi confida quello che aveva subito anni prima. Aveva rimosso tutto». E come lei tante altre che si sono trovate poi a fare i conti con una vita devastata. Droga, anoressia, infiniti percorsi terapeutici, figli che pagano pedaggi pesanti ignorando quello che c’è alle loro spalle. Iniziano così a tenersi per mano le vittime di don Cantini. «È Gesù che mi parla e mi dice di fare questo», erano le sue parole per i «prescelti» della lista.

PRIMO DOSSIER NEL 2005. Nel 2005 viene inviato il primo dossier al cardinale Piovanelli per farlo arrivare all’arcivescovo Antonelli. Nel settembre 2005 don Cantini viene spostato dalla parrocchia ma ufficialmente per motivi di salute. Finisce a Mucciano, in Mugello, ma continua a ricevere le visite di Maniago e dei suoi parrocchiani. Le vittime, una ventina in tutto, scrivono al Papa. Si fanno avanti anche alcuni sacerdoti. Nel 2007 si conclude il processo amministrativo della Chiesa: don Cantini non potrà celebrare i sacramenti per cinque anni. Non è giustizia, dicono le vittime. Il caso finisce a Roma mentre lui sparisce. Fugge prima a Viareggio, poi a Empoli, poi a Collevalenza, vicino Todi, infine nel convitto ecclesiastico. Lì lo raggiunge la condanna del Papa. Ma non finisce qui. Il sipario non può ancora calare. Il muro di silenzio, chiedono le vittime, deve essere sgretolato fino in fondo, fino all’ultima pietra.

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